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Satisfiction » Giuseppe Caridi, Alfonso il Magnanimo
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Recensioni Autore: Giuseppe Caridi / Salerno Editrice / pp. 372 / € 25

Giuseppe Caridi, Alfonso il Magnanimo

Recensione di Leonardo Guzzo
Giuseppe Caridi, Alfonso il Magnanimo

Alfonso d’Aragona, detto il Magnanimo, era un uomo “di corporatura fragile” ma “di
lineamenti vigorosi”, di “media statura e forte tempra”, sobrio nei modi, nelle
abitudini e nell’abbigliamento. Eppure il suo nome è legato a una stagione di
splendore irripetibile per Napoli, di cui fu sovrano dal 1443, e di lotte senza quartiere in Italia. A cominciare dal conflitto per la successione a Giovanna II, ultima rappresentante del casato D’Angiò sul trono napoletano (una vicenda convulsa in cui Alfonso diede prova di spregiudicatezza e abilità diplomatica), proseguendo con le vicissitudini per designare il nuovo signore di Milano dopo la morte di Filippo Maria Visconti, per finire con la guerra contro la Repubblica di Genova, che fece rimandare al Magnanimo una crociata contro i Turchi e il promesso rientro in Spagna, impegnandolo fino alla morte avvenuta nel 1458.

Primo re delle Due Sicilie, signore della Sardegna, Alfonso spostò significativamente il baricentro del suo Stato verso l’Italia. In una Spagna ancora divisa tra Castiglia e Aragona, fece di Napoli il fulcro della presenza spagnola nel Mediterraneo, la vera capitale del Regno.

A Napoli si spostò per partecipare alle lotte di successione al trono di Giovanna d’Angiò; da Napoli non avrebbe più fatto ritorno in patria, invischiato nei giochi di potere dell’Italia del tempo e impegnato a fare della città di Partenope una sontuosa capitale europea, ritrovo di artisti ed intellettuali, fucina di mode e innovazioni in ogni campo del sapere.  Non è, la sua, la Napoli “coloniale” e un po’ tetra dei viceré spagnoli e supera, per importanza, quella pur splendida degli anni belli della dinastia borbonica. È una Napoli regina del Mediterraneo, centrale negli equilibri politici europei.

Federico III d’Asburgo incoronato imperatore da papa Niccolò V, XV sec.

La sua incoronazione avvenne nel 1452 con la visita dell’imperatore Federico III d’Asburgo – a sua volta appena incoronato dal papa – che a Napoli sposò la principessa Eleonora. In dieci giorni di festeggiamenti Alfonso si meritò l’appellativo con cui è passato alla storia: spendendo 150.000 ducati accolse l’imperatore in pompa magna,
gli organizzò spettacoli e battute di caccia, lo sfamò con “vivande isplendidissime”, fece erigere tre fontane che sprizzavano vini di pregio, pagò ogni mercanzia che Federico e il suo vasto seguito vollero acquistare dai negozianti cittadini, donò ai novelli sposi preziosi gioielli. La stessa munificenza il re di Napoli mostrò verso
umanisti del calibro di Lorenzo Valla, Bartolomeo Facio, Antonio Beccadelli detto il Panormita (che estrapolò episodi esemplari della vita del sovrano nel “De dictis et de factis”) e Giovanni Pontano, ispiratore dell’accademia detta “pontaniana”. Il grande “arco trionfale” e una lussuosa sala del trono arricchirono Castel Nuovo, schiere di
poeti e cortigiani spagnoli appresero l’arte del bel dire secondo il gusto rinascimentale.

Nel volume “Alfonso il Magnanimo”, pubblicato dalla Salerno Editrice, Giuseppe Caridi ricostruisce questa straordinaria epopea riassumendo e integrando tutte le fonti bibliografiche sulla vita del sovrano e proponendo, in più, un acuto percorso interpretativo. Alla maniera dei più illuminati sovrani dell’antichità e in anticipo sul mecenatismo di Lorenzo dei Medici, il re d’Aragona capì, al di là della sua stessa indole, l’importanza di rappresentare e proiettare il potere. L’importanza, cioè, della propaganda come strumento politico, e nella fattispecie come mezzo di “incantamento” e dissuasione. Del Magnifico anticipò l’intuito finissimo, ai limiti
della preveggenza, e la vocazione a una politica di equilibrio e accortezza diplomatica. La sua storia è tutta un monito ai sovrani cappa e spada perché si facciano uomini di lettere e conoscenza: spesso rappresentato come “re de guerra”, Alfonso seppe comprendere che nessuna battaglia vinta porta frutti più duraturi della
sapienza e della prodigalità, dell’appassionata dedizione a costruire una cultura di pace.


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