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Italiani 13.01.2014

Gilberto Severini

di

In questo presepio marchigiano di colline e mare, con alture senza vette ed acque senza abissi, ogni cittadina si dedica ad esercizi di orgoglio, di diffidenza e di melanconia. Non c’è gioventù e sabato della vita su cui non incombano i versi del Leopardi. Non c’è sciagura che non possa essere offerta in preghiera alla Madonna di Loreto. E quando tacciono i motori e il rock, guardando questo paesaggio garbato e diviso, di autosufficiente bellezza, si capisce che è per fisarmonica la musica che gli si adatta: un’allegria querula e sbrigativa, gracidante e terrena come l’aia di una casa rurale…
(Esercizi lauretani, Transeuropa, 1995)

Molti lettori ammirano Gilberto Severini: le ragioni sono diverse ma tutte valide. L’autore marchigiano, infatti, si è imposto fin dai suoi primi racconti come uno dei narratori più raffinati e colti della letteratura italiana contemporanea: lo stile scorrevole ed essenziale, la scrittura leggera, quasi musicale, che non deborda mai nel disimpegno letterario, l’eleganza di parole sempre al posto giusto, la ricercatezza di dialoghi che tratteggino i personaggi con poche pennellate, la ricerca di formule letterarie che raccontino storie nella forma più efficace sono caratteristiche che rendono Severini un autore riconoscibile dopo le prime frasi che leggiamo.
Amato all’inizio della sua carriera soprattutto dai lettori più esigenti, dal palato più fine, e dagli addetti ai lavori, considerato uno scrittore di culto o di nicchia, si è imposto all’attenzione generale con lavori di qualità sempre superiore alla media.
Gilberto Severini nasce nel 1941 a Osimo, in quell’entroterra marchigiano che è stato, fin dagli esordi, il suo punto di vista privilegiato; oggi più che mai, dato che in un mondo globalizzato non c’è più un centro e una periferia. Nell’era della comunicazione globale e del tempo reale siamo tutti il/al centro: la provincia, proprio per la sua dimensione ridotta è il palcoscenico ideale per osservare i cambiamenti in atto nella società. Provincia, dunque, come laboratorio di vita in cui vizi e meschinità sono amplificati da ipocrisie di attori più protagonisti rispetto a quelli delle metropoli.
Severini ci guida tra le pieghe di fragilità matrimoniali, di relazioni extraconiugali contorte, d’identità sessuali ambigue, di ricerca di consensi da parte di esclusi, di voglie di riscatto per invidie mai sopite con la capacità di rendere semplici le cose difficili. La sintesi, indubbiamente, è una delle qualità più evidenti di Severini: non a caso sostiene di scrivere adottando il metodo di Marguerite Yourcenar che la sera rileggeva le pagine scritte durante la giornata e più parole superflue riusciva a cancellare e più era soddisfatta.
Il superfluo, nella letteratura di Severini, non esiste: il non detto, nei romanzi dell’autore marchigiano, riveste spesso la stessa o maggiore importanza del narrato.

Si dice: ogni storia è ovvia e poco interessante. Contano solo i particolari. Contano solo gli attacchi. Contano solo i finali. Contano solo le ambientazioni, gli abbigliamenti, i punti di vista marginali. Di un delitto interessa solo sapere come era vestito l’assassino e denudata la vittima. Di un amore gli odori secondari. Di un incontro storico cosa hanno mangiato e bevuto e quale era la canzone preferita dai convenuti. Contano solo i frammenti, le interferenze, i rimandi. È il millennio, si dice, che finisce nel massimo disincanto, più indifferente che cinico, più futile che frivolo, più distratto che superficiale.
(Esercizi lauretani, Transeuropa, 1995)

 

Non punta mai sul sensazionalismo o sulla trama estrema, Gilberto Severini; né usa mai trucchetti da quattro soldi per irretire il lettore: i suoi personaggi sono persone comuni che vivono storie ordinarie. L’autore ce li presenta attraverso le loro abitudini, i loro gesti e le loro parole con una cura per i dettagli quasi maniacale che li conserva nella nostra memoria anche dopo diverso tempo che li si è incontrati.
La forma è altrettanto importante del contenuto: l’involucro deve essere sempre all’altezza di ciò che accompagna e solo questo connubio riesce a dare un prodotto di qualità, secondo lo scrittore marchigiano. Qualità che ha accompagnato Severini in tutti i trenta anni e passa della sua carriera in cui ha esplorato la società italiana fin dal dopo guerra: le sue analisi, sempre incisive e profonde, senza lenti deformanti, seguono fedelmente i cambiamenti sociali innescati dallo sviluppo della tecnologia o da boom o recessioni economiche. Severini modifica i gesti, le abitudini e le parole dei personaggi adeguandoli perfettamente al nuovo ambiente, calandoli con spietato realismo in epoche diverse e aprendo squarci interiori che non lasciano il lettore indifferente.
Scrittore per scrittori, anche, fa parte di quell’elite di autori che dovrebbero essere letti da chiunque abbia ambizioni letterarie: il rigore letterario pervade ogni suo scritto ed è senz’altro propedeutico per chi volesse fare critica o analisi del testo.
Personaggio schivo e poco amante della ribalta, in tutti gli anni della sua carriera non ha mai fatto niente per compiacere il pubblico. La sua reticenza – la sua apparizione più recente, un po’ a sorpresa, è dell’ottobre scorso nella sua Osimo, dove ha presentato Backstage, il suo ultimo romanzo – non è frutto di snobismo.
Il pubblico può essere pericoloso nel momento in cui si comincia a dipendere da esso: si rischia di dire e fare cose stupide per accontentarlo.
Credo che tale affermazione renda evidente come Severini preferisca far parlare i propri testi anziché praticare un presenzialismo che mai come oggi non è affatto sinonimo di qualità e non solo per gli scrittori.

Si scrive perché si ha qualcosa da dire, non perché si vuole dire qualcosa (F. S. Fitzgerald).

 

Bibliografia di Gilberto Severini

Nelle aranciate amare (*), Il lavoro editoriale, 1981;
Consumazioni al tavolo, Il lavoro editoriale, 1982;
Sentiamoci qualche volta, Il lavoro editoriale, 1984;
Fuoco magico, Transeuropa, 1988;
Partners (**), Transeuropa, 1988;
Un breve autunno, Transeuropa, 1991;
Congedo ordinario (***), Pequod, 1996;
Feste perdute, Pequod, 1997;
Quando Chicco si spoglia sorride sempre, Rizzoli, 1998;
Capodanni, Pequod, 1999;
La sartoria, Rizzoli, 2001;
Ospite in soffitta, Pequod, 2002;
Ragazzo prodigio, Pequod, 2005;
Il praticante, Playground, 2009;
A cosa servono gli amori infelici, Playground, 2010;
Backstage, Playground, 2013.

Diversi racconti di Severini sono stati pubblicati su antologie e riviste tra le quali: Esercizi Lauretani, Transeuropa, 1995 e Patrie impure. Italia. Autoritratto a più voci. Rizzoli 2003. Il numero di Nuovi Argomenti attualmente in libreria si apre con un suo intervento su Diario, rubrica che ad ogni numero viene affidata a un autore diverso.

(*) Nel 1997 è uscita una nuova edizione con l’aggiunta di nuove liriche: Nelle aranciate amare e altri refrain, Pequod;
(**) il volume raccoglie i tre romanzi: Sentiamoci qualche volta, Consumazioni al tavolo e Feste perdute;
(***) Nel 2011 il romanzo è stato ripubblicato da Playground.

 

Le opere

Il primo testo edito di Severini, nel 1981, è la raccolta di brevissime liriche Nelle aranciate amare, ripubblicata successivamente, ampliata, nel 1997 da Pequod con il titolo Nelle aranciate amare e altri refrain. Si tratta di pensieri di quattro versi, raramente più lunghi, folgoranti, in cui risiedono già alcuni temi che saranno cari all’autore: l’assenza, l’attesa e la ricerca dell’amore come prolungamento dell’amore stesso, la sensazione d’inadeguatezza di fronte all’esistenza, la vita di paese.

La donna che m’ha amato
e m’ha reso più solo
non sa che m’è mancato
l’angelo, non il volo.

Così una sera avverti
 di passare di moda
non più forza trainante
 uno dei tanti in coda.

Sotto il cielo d’aprile
 sorretto dalle chiese
ridiventa teatro
 la piazza del paese
di ragazzi e di musica.
Lo spettacolo è serio
ed è il solo spettacolo
 quello del desiderio.

 

È del 1982, invece, il romanzo breve Consumazioni al tavolo. Alberto, Gianni, Paolo e Paola, amici di vecchia data, quarantenni colti e tutto sommato benestanti, che non si riconoscono nei giovani sballati né nelle persone di mezza età in giacca e cravatta, impiegati in banca o in enti statali, si ritrovano ogni anno per fare qualche giorno di ferie insieme. Il luogo d’incontro è la piazza del paese dove vive Alberto che ha scelto di vivere defilato dopo la morte della madre. Il suo appartamento funge da dormitorio, dato che dal paese si può raggiungere facilmente sia la spiaggia nei pressi del Conero che la cittadina in cui si svolge un celebre festival teatrale.
Gianni è un uomo che non ha mai nascosto il suo interesse per gli adolescenti, Paolo e Paola formano una coppia collaudata da dieci anni di convivenza. Lei, però, ha sottomesso Paolo ai suoi ritmi e le sue abitudini: la bellezza che sfoggia in ogni occasione e la sua smania di protagonismo frustrano non poco il suo compagno.
A un certo punto arriva Roberto, un diciottenne che s’intromette nella vacanza già problematica degli amici: gli anni trascorsi, la lontananza, la diversità di abitudini rendono sempre più difficile la pur breve convivenza di tre giorni.
Sarà Roberto, appunto, a mettere a nudo i veri sentimenti dei quattro amici e Alberto ci rivelerà, con due lettere spedite a una Marika che non apparirà in altro modo e di cui non ci sarà concesso di conoscere il rapporto con gli altri, i meccanismi che hanno portato l’amicizia tra i quattro a deteriorarsi.
Un romanzo in cui Severini, in due dei nove capitoli, sposa già lo stile epistolare che userà in diverse occasioni e denuncia, in maniera spietata, l’ipocrisia e le inettitudini di un gruppo di quarantenni che si sono rifiutati di crescere, e che alle dichiarazioni d’intenti non fanno seguire un comportamento coerente.

Sentiamoci qualche volta è il primo romanzo interamente epistolare di Severini. A una sola voce, però, nel senso che le lettere sono di un solo protagonista. Dopo dieci anni di silenzio, due amici quarantenni (nella prima parte della narrativa di Severini è l’età più gettonata) si ritrovano. Andrea, il destinatario delle lettere, è in un momento di crisi coniugale, alcolizzato e preda a crisi di astinenza che mettono a repentaglio la sua stessa sopravvivenza. Ma non è che la punta di un iceberg di una crisi più globale che investe, in diversa misura, i due uomini: l’aver vissuto male, l’incapacità di essere protagonisti delle proprie vite, la consapevolezza di non aver esperito una piena sessualità vengono evidenziate da una corrispondenza che ripercorre le loro precedenti esperienze nei piccoli centri marchigiani e dichiara il fallimento di una generazione intera.
Lo stile di Severini, sempre leggero ed essenziale, ci porta all’interno delle loro vite e ci fa pensare che entrambi, ma soprattutto Andrea, abbiano scelto di punirsi per i propri errori, per le proprie rinunce, per la preoccupazione di essere sempre, anche contro i propri principi, dalla parte giusta. Un romanzo triste, ma uno dei pochi testi dello scrittore marchigiano che lascia intravedere una tenue luce alla fine del tunnel.

La prima raccolta di racconti di Severini viene pubblicata nel 1988. Fuoco magico dà la misura di come lo scrittore marchigiano si trovi a suo agio anche nelle lunghezze letterarie brevi: ci sono temi ricorrenti in questi racconti e il periodo natalizio è una delle ambientazioni che l’autore predilige. Forse perché durante le feste le depressioni e le solitudini si acuiscono, forse perché alla fine dell’anno si fa un rendiconto dei mesi e anni trascorsi, o forse perché è l’occasione per risentire vecchi amici o vecchi amori e la nostalgia, le assenze e le mancanze si fanno più pesanti. Sette racconti che ci scaraventano in mezzo alle abitudini, ai malintesi, alle ingenuità, ai tradimenti e ai fallimenti di personaggi che fanno parte di un campionario variegato di umanità.
Il racconto che amo di più è senz’altro Radames: una coppia sposata in crisi si trova di fronte a un trasloco. Piero, incapace di gestirlo, s’inventa un viaggio di lavoro. Durante la sua permanenza a Firenze riflette sul suo rapporto con Marta: sono anni che la passione e l’amore sono scomparsi, e lui decide che non è più il caso di mandare avanti un rapporto ormai logoro e insoddisfacente; decide che al rientro ne parlerà con Marta, che più che a una crisi pensa che sia lo stato dei nervi di Piero a essere il responsabile del momento poco felice. Una presenza esterna, un gatto che si presenta nel giardino della loro nuova abitazione, cambia radicalmente la situazione: monopolizzando l’attenzione e l’interesse di Piero gli farà mettere da parte l’intenzione di separarsi.
Il racconto è semplice e lineare, ma la maestria di Severini apre scenari che guardano alla vita di coppia, ai compromessi che siamo disposti ad accettare, alla mancanza di passione e di dialogo che surroghiamo con attività e interessi di scorta. Personalmente trovo questo racconto un vero e proprio gioiello con riflessi di cinema bergmaniano.

Un breve autunno, dopo aver fatto parte di Partners, viene ripubblicato nel 1991. Oltre al romanzo che dà il titolo al volume sono presenti anche due racconti brevi: La videocassetta e La fiaschetta da viaggio. Il filo rosso che lega i tre testi è come un avvenimento apparentemente insignificante possa cambiare drasticamente la vita dei protagonisti.
In Un breve autunno Elena è una donna di mezza età, trasferitasi da un piccolo paese a una città comunque di dimensioni ridotte per esigenze di lavoro: ogni tanto la donna torna a trovare la vecchia madre e la sua vita – Elena ha abbandonato qualsiasi velleità personale – procede su binari di assoluta tranquillità. Non ha amici, non ha eventi da ricordare tranne una festa tra compagni di classe in cui si era trovata seminuda senza ricordarne il motivo e un rapporto ambiguo con un aspirante poeta, Vittorio, che incontrava durante i suoi spostamenti in corriera.
Alcune telefonate anonime, in cui l’interlocutore rimane in assoluto silenzio, riaprono questi ricordi che Elena carica di significati esagerati: da qui nasceranno tutta una serie di malintesi e che Elena, nonostante la sua paura per i diversi, riuscirà a chiarire grazie all’aiuto di un vecchio compagno di scuola gay, Luigi.
Ritroviamo anche in questo scritto elementi cari a Severini che con una scrittura sempre delicata ma efficace ci parla degli aspetti più crudeli della vita di provincia riuscendo ad evitare sia la trappola dello scontato sia quella dell’eccessiva drammatizzazione.

Congedo ordinario è, per sua stessa ammissione, il romanzo che Severini ha scritto con più gioia. Riproposto dopo quindici anni da Playground, ha mantenuto intatta tutta la sua attualità, qualità che si ritrova solo nelle opere di maggior spessore.
Tommaso, insegnante omosessuale di provincia, muore nei primi anni ottanta: il romanzo è una serie di lettere che un conoscente scrive a Francesca, il cui rapporto con Tommaso rimane oscuro, che si ferma qualche giorno in paese dopo aver partecipato al funerale.
L’insegnante rifugge la religione dopo aver perso la fede, ma è alla ricerca dell’assoluto; la sua cultura e le sue doti affabulatrici gli garantiscono un formale rispetto dagli abitanti del paese che credono che l’artista (dice sempre di lavorare su un libro che non scriverà mai) sia l’unica categoria di persone che possa permettersi comportamenti eccentrici. Nonostante l’apparente sicurezza, Tommaso vive male la sua sessualità: lui cerca un rapporto “alto”, che si elevi sulle brutture della vita mentre le sue “conquiste” si accontentano di una gratificazione fisica che solo a parole sembrano vivere controvoglia.
Ines, una sua collega che sarà la sua grande amica, che lo sosterrà nel corso di tutta l’esistenza e che sarà con lui – l’unica – nel momento del trapasso, rappresenta un po’ l’alter ego di Tommaso: cattolica convinta ma non bigotta, gli dimostra sempre affetto incondizionato, lo introduce nella piccola cerchia culturale del paese e fa risaltare le sue doti. Ma Tommaso non si sentirà mai completamente accettato.
Lo sguardo sulla provincia è ancora una volta gelido e implacabile, una sorta di incisione con cui si evidenzia il marchio sordido e meschino di una società che non accetta mai chi vive diversamente.
Ma il bisogno di affetto del protagonista, mai sanato durante la vita, alla fine gli sarà garantito da Claudio, il figlio della domestica a cui ha lasciato in eredità la sua abitazione: tutti i giorni, per un mese, porterà un fiore sulla sua tomba, come Tommaso gli aveva chiesto di fare prima di morire.

Anche Feste perdute segue il destino di Un breve autunno e nel 1997 viene ripubblicato singolarmente. Con questo romanzo “generazionale” torniamo negli anni ottanta. Un gruppo di amici senza ideali e senza fede (il prototipo di Severini) vive le proprie esistenze apatiche e senza interessi inseguendo un edonismo che sembra essere l’unica gratificazione raggiungibile. Il vino e il whisky, usati dal gruppo per vivere stati di coscienza alterati, sembrano, a un tratto, essere messi da parte: anche in paese è il periodo del boom delle droghe. Per raggranellare il denaro necessario, qualche maschio del gruppo comincia a prostituirsi. Andrea, gay, amava Fausto, il bello del gruppo.
Il protagonista, di cui non sapremo mai il nome (non è la prima né sarà l’ultima volta nei romanzi di Severini), ricorda, con l’ausilio di Andrea che incontra di nuovo dopo parecchi anni, le storie di quel periodo. La ricerca dell’accettazione e del consenso, il bisogno di accendere il desiderio degli altri sembrano essere gli strumenti per arrivare all’assoluto che anche in questo caso non ha trovato sbocco nei “valori” della vita.
Severini ci parla di una generazione figlia di genitori assenti, di una perdita di radici che portano dei ragazzi allo sbando: queste mancanze hanno creato una generazione che non ha saputo o voluto compiersi.

È del 1998 la raccolta di racconti Quando Chicco si spoglia sorride sempre, edito da Rizzoli: sono i mezzi di comunicazione il filo rosso che li lega, partendo dal dopoguerra – dal grammofono e la radio – fino ad arrivare, con il racconto che dà il titolo all’antologia, alla realtà virtuale.
Raffaella decide di usare la tecnologia per sanare la sua mancanza d’amore: non si fa illusioni da anni e ormai l’età rappresenterebbe un problema comunque insormontabile.

Ho pensato per tutta la vita di essere esclusa dall’esperienza della bellezza. E quello che mi ha più fatto soffrire non è stato scoprire che ero brutta, quanto che la mia bruttezza non mi permetteva di avvicinare la bellezza degli altri.
Li guardavo da lontano struggendomi, i belli. Sui motorini, a passeggio sotto i portici, con i cappotti invernali o i bermuda estivi, da soli o in branco, allegri o tristi, a scuola o nelle pizzerie…

Sia chiaro, io ho sempre saputo che Chicco non c’era. Ma questo, almeno all’inizio, faceva parte del suo fascino: rendersi visibile e tangibile in sua assenza.
Cos’è che mi rendeva impossibile avvicinare i belli?
In tutta la riviera romagnola, d’estate soprattutto, c’erano schiere di belli in vendita, che si trasferivano apposta lì per la stagione. Giovani, senza un mestiere, che qualche volta con vaghe speranze di entrare nel mondo del cinema, come dicevano loro, oppure squattrinati in vacanza, emigrati senza documenti, tossici pallidi e tragici. Perché, anziché decidere di acquistare Chicco, non avevo pagato uno di loro?
Probabilmente, proprio per la loro capacità di giudicarmi, di provare disgusto per il mio aspetto, di vedermi vecchia e ridicola, priva di dignità.

E nonostante Chicco le regali momenti felici, Raffaella deciderà di disfarsene con un click sul desktop: l’assenza e il ricordo, meno paradossalmente di quanto si possa pensare, renderanno il suo amore reale.

Capodanni è un divertissement, una storia illustrata da Roberta Manzotti su testi di Gilberto Severini: siamo alle soglie del nuovo millennio e il volumetto è una celebrazione dell’imminente anno in arrivo. Frasi folgoranti, che a volte sembrano essere buttate lì con nonchalance, ma che racchiudono, come sempre, le riflessioni di Severini sull’esistenza.

Un adolescente, anche in questo caso mai nominato, vede lo scorrere della vita nell’immediato dopoguerra. In La sartoria, 2001, edito da Rizzoli, Severini usa lo sguardo puro del ragazzo, non ancora contaminato dalle esperienze della vita, per indagare la provincia.
Per motivi di salute il protagonista sospende gli studi per un anno e passa il tempo nella sartoria di suo zio Guglielmo. Gli altri lavoranti sono Carletto (che ritroveremo in seguito ne Il praticante), un ventenne estroverso ed esuberante e Rita, una ragazza silenziosa e timida. Ci sono diversi personaggi importanti nella storia, fra questi il signor Aldino, un anziano aristocratico con gusti sessuali che lo portano a cercare i ragazzini; tutti sembrano sapere ma nessuno, come spesso accade, ne parla. La vita scorre lenta e placida, senza scossoni, in un’imperturbabilità che nonostante sia solo apparente regola le certezze e le sicurezze dei più. La tranquillità del paese viene disturbata, rare volte, dalla fantasia popolare che alimenta le situazioni poco chiare.

E quello che non è chiaro lo inventa fino a farlo diventare verosimile. Al popolo piace il mistero, il sospetto, la colpa. Ha bisogno di spiegazioni clamorose per tranquillizzarsi.

Carletto, il lavorante, alla fine si sposerà, dopo un fidanzamento lampo, probabilmente per tacitare le chiacchiere di paese sul rapporto tra lui e il signor Aldino.
La sartoria è l’ennesimo sguardo disincantato sulla provincia, il cui “rumoroso silenzio” è solo una copertura dell’ipocrisia da cui trasuda una voglia inconfessata di trasgressione e di controllo sugli altri. Anche più che in altri testi, Severini racconta, non spiega, mettendo in risalto le sue doti di narratore: gli occhi del ragazzo, come detto in precedenza, non filtrano gli accadimenti che si succedono ma li riprende come in presa diretta.

Daniele e Tiziano, i protagonisti di Ospite in soffitta che esce nel 2002 per Pequod, s’incontrano di frequente nella piazza che è il punto di ritrovo di tutto il paese. Daniele è giovane, poco meno di vent’anni, Tiziano intorno ai trentacinque o poco più. Ogni tanto quest’ultimo s’insinua nel gruppo dei giovani per proporre, senza troppa convinzione, un incontro a casa sua: è così che una sera, improvvisamente, si ritrova in casa Daniele.
Questo è solo l’inizio di questa storia di Severini basata esclusivamente sul dialogo. A metà tra il romanzo e il testo teatrale (non per niente Ospite in soffitta è stato oggetto di rappresentazioni teatrali), è un ottimo esempio di come l’autore marchigiano riesca a usare diverse formule narrative con estrema facilità e senza lasciare niente al caso, mantenendo una leggerezza stilistica che non gli impedisce di scendere nelle profondità dell’animo umano.
Con un colpo di scena finale che fa parte dell’economia della storia e non è fine a se stesso, la lettura si mantiene gradevolissima e le chiavi di lettura, come sempre accade con l’autore marchigiano, sono diverse e a diverse altezze.

Nel 2005, sempre per Pequod, esce Ragazzo prodigio.
Una Fiat Uno grigia malmessa sosta sulla piazza principale del paese: gli abitanti sono assaliti da preoccupazione e curiosità. Debora e Monica, due amiche le cui finestre dei rispettivi appartamenti danno sulla piazza, cominciano a scambiarsi ipotesi sul nuovo arrivato, non tralasciando apprezzamenti sul fisico che s’intravede sotto quel portamento trasandato e poco curato. L’ipotesi dell’extracomunitario, dell’albanese che vive dentro l’auto tramonta quasi immediatamente. L’uomo non è altro che Leonardo Guerra, un compaesano che parecchi anni prima ha lasciato il paese per cercare fortuna altrove sfruttando le proprie capacità artistiche di cui solo lui sembrava convinto.
Dal momento del suo ritorno, però, il comportamento di Renato Rossi, quarantanovenne mediocre bancario, senza troppe aspettative e ambizioni, marito di Debora, subisce un repentino cambiamento: tra le altre cose, l’arrivo di Leonardo manda in fibrillazione la giunta comunale. A pochi mesi dalle elezioni le rivendicazioni di Guerra per una sistemazione decente e per un prestito dalla banca, diritti di cittadinanza secondo l’uomo, non fanno altro che dare fiato a un’opposizione che ha sempre convissuto pacificamente con la giunta in carica sotto il regime della spartizione.
Ed è da qui, dopo un inizio apparentemente leggero, direi quasi sommesso del romanzo, che Severini dà il via a una sorta di commedia dei malintesi che lentamente, ma inesorabilmente, porterà a galla verità inconfessabili tenute nascoste per anni. Oltre a questo, ci sono anche storie di fallimenti che s’incrociano e procedono parallele: il fallimento di Leonardo, che perde l’ultima occasione di entrare nel giro che conta organizzando un reality show sui generis; il fallimento di Renato, che fraintende il ritorno dell’amico e solo troppo tardi capisce anni di malintesi con se stesso, precludendosi l’ultima possibilità di riscatto; il fallimento di un intero paese, di un’intera mentalità che non riesce, dopo che l’arrivo di Leonardo ha scosso fin dalle fondamenta alcune delle convinzioni più radicate, che a continuare a covare le proprie illusioni e le proprie ipocrisie chiudendosi ancora di più a riccio per mantenere un fragile quanto apparente equilibrio.

Il praticante, del 2009, segna il primo libro che Gilberto Severini pubblica per Playground. In questo romanzo ritroviamo parecchi personaggi de La sartoria: Carletto, si è sposato ma continua la sua personale corsa verso l’approvazione. L’ambiguità, in diversi aspetti, è sempre presente nel racconto: Carletto e il suo rapporto con il signor Aldino, Giulio che ha avuto anche lui una relazione con l’anziano aristocratico, Vittoria, la moglie del protagonista, forse sposatasi per coprire un passato poco chiaro.
Alla base della ricerca di accettazione di Carletto c’è la festa per il suo dodicesimo compleanno: di tutti i compagni di scuola che erano stati invitati, solo uno ne era intervenuto a causa del suo ceto sociale più basso: il fatto che l’anziano nobile si sia prostrato ai suoi piedi per soddisfare le sue voglie, che abbia sentito di essere desiderato come non mai, sembra aver in qualche modo lenito la sua umiliazione. Siamo sempre calati sui mormorii, le abitudini e le ipocrisie di un paese appisolato sugli anni cinquanta che non hanno segnato ancora la piena ripresa economica: da lavorante a operaio nel momento in cui si sta passando all’era industriale, Carletto non trova quel riscatto pieno a cui puntava.
Le auto cominciano a circolare, la TV entra nelle case, la tecnologia che cambierà usi e costumi della società comincia a essere invasiva.
Lo stile del romanzo è una sinfonia che avvolge il lettore e lo culla con un ritmo armonioso, la storia si dipana decisa, senza improvvise accelerazioni ma rimanendo sempre equilibrata.

L’anno successivo è la volta di A cosa servono gli amori infelici con cui Severini riprende il genere epistolare a lui così caro. Un cinquantottenne alla vigilia di un intervento al cuore, ricoverato, scrive tre lettere: a un collega di lavoro, a un prete, figura quasi sempre presente nelle trame di Severini, che lo ha amato, a un “misterioso” personaggio che potrebbe essere inventato o un alter ego del protagonista. Le lettere ricostruiscono, passando per le tappe dell’esistenza del cinquantottenne, le atmosfere della vita italiana: parla della rivolta giovanile alla fine degli anni sessanta e delle contestazioni che ne sono seguite, denuncia l’ipocrisia della Chiesa e l’invadenza delle tecnologie, riflette su amore, sesso e desiderio.
Quando il medico gli assicura che dopo l’intervento, gradatamente, potrà riprendere tutte le sue attività abituali, compreso il sesso, il protagonista non è preoccupato dalle sue performance sessuali ma dall’eventuale calo di desiderio. Perché è l’aridità dei sentimenti, più che il calo fisico inevitabile con l’aumentare dell’età, che rende la vita insopportabile.
A cosa servono gli amori infelici è anche un romanzo che ci parla dei cambiamenti di costume (I ragazzi non vestivano più come i padri e spesso erano i padri a copiare le marche dei jeans dei figli per il loro guardaroba sportivo), della facilità dei costumi stessi di cui parla Nora, un’elegante amica del protagonista (Quello che mi preoccupa sono le conseguenze di questi grandi movimenti di liberazione. Via i formalismi, le ipocrisie, le censure. Viva le pulsioni, la sessualità, i corpi. Tutti nudi a teatro. E per strada? Solo jeans e magliette lerce. Con una brava sarta non tanto costosa anche noi brutte diventavamo presentabili e i brutti nei loro monopetti sembravano almeno dignitosi. Adesso, con i vestiti che servono a scoprire e non più a rimodellare e aggraziare, è la vittoria della brutalità della natura, con le sue ingiustizie cui la cultura ha cercato di rimediare), dell’importanza della riservatezza (Il privato di chi? Il mio? Spero che nessuno prenda alla lettera uno slogan così, io voglio tutta la mia riservatezza. Altro che casa di vetro. Nella mia ci sono le persiane, le tende, le porte con la doppia serratura. Credo di averne diritto).

E così arriviamo al 2013, l’anno di Backstage, una lunga lettera all’editore in cui Severini gli  comunica la sua impossibilità di scrivere un romanzo sulla condizione di orfano. Questo termine però assume, come spesso è accaduto nei precedenti testi di Gilberto Severini, un significato molto più ampio: non s’intende la sola mancanza di un padre, ma anche la mancanza della fede, della politica, di un avvenire e la progressiva scomparsa degli amici a cui si voleva bene. Attingendo dalle sue esperienze (ma attenzione a non considerare Backstage troppo autobiografico, ha dichiarato Severini nella recente presentazione del romanzo nell’ottobre scorso a Osimo), l’autore mette in campo anche le inquietudini che crea il passare del tempo, gioca sull’affermazione di Pietro Citati che dichiara che l’età massima per scrivere un romanzo è settantatre anni (smentito però da Carlo Fruttero che di anni ne aveva ottanta quando pubblicò Donne informate sui fatti), riflette sul senso di una vita che comunque va vissuta per tutto il tempo che si è vivi qualunque cosa accada, ritorna sull’amore come sentimento assoluto.
Severini, come già detto nella recensione al romanzo pubblicata in queste pagine, estrapola dai suoi ricordi alcuni frammenti che prende come spunto per illuminare il lettore, per regalargli schegge di luce che indagano sulla vita quotidiana. E ci accorgiamo, durante la lettura, che siamo tutti orfani di qualcosa.
Severini per dichiarare che, secondo lui, la scrittura potrebbe essere una valida alternativa alla mancanza di senso della vita, ricorda dei versi di Franco Scataglini, poeta anconetano, amico e suo interlocutore privilegiato:

L’assenza di quel gesto
da sempre me tortura
El senso de’l mio testo
è na cancellatura.

Il gesto a cui si riferisce Scataglini è quello con cui Gesù, in un quadro di Caravaggio, chiama Matteo seduto nella penombra di una taverna per portarlo con sé.

Dopo tanti anni dedicati alla scrittura, Severini arriva a un punto di consapevolezza letteraria altissimo: la sua raffinata essenzialità, la sua ricerca stilistica, la sua forma elegante, le citazioni colte ma sempre fatte con estrema semplicità, fanno da contraltare a un contenuto che scende nelle profondità dell’animo umano, di piccoli e grandi drammi personali, di amori e di tentativi di rivalsa che fanno dei piccoli uomini, quali siamo tutti, il vero e forse l’unico grande bene prezioso che conta. Soprattutto per la loro precarietà e temporaneità.
Un autore contemporaneo e della contemporaneità che ha tutte le peculiarità per essere considerato uno dei talenti maggiori di fine/inizio secolo, uno sguardo nitido e sempre brillante che illumina vite che, per tragiche che siano, valgono sempre la pena di essere vissute.

L’amore che comincia da sé e va verso gli altri, che comprende i giorni, comprende il tempo che abbiamo vissuto, comprende gli amici che ci hanno abbandonato, che sono morti, comprende le persone che abbiamo conosciuto, comprende anche le persone che non conosciamo.


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