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Satisfiction » Fratelli mia. Intervista a Enrico Meloni
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Lapislapsus 09.05.2018

Fratelli mia. Intervista a Enrico Meloni

di

  1. Vista: Davanti a me vedo giorni fuggevoli / non più le giornate oceaniche dell’infanzia / quando dall’alba non veniva mai notte: quale direzione prende lo sguardo di un poeta?
  2. Tatto: come un prigioniero / che asciuga / i primi flussi di bruma / sulla pelle dopo lunga / discontinua clausura / nei polifonici pallidi / raggi di solstizio / microfallici : cosa tocca il lettore che legga Fratelli Mia?

  3. Udito: Senza ombre voglio sentire il mare / cogliere nelle ali libero il pensiero: i tuoi versi sono in romanesco con la versione italiana a fronte: come cambia la musica nei due casi?

  4. Odorato: Aria di talco, aria di olio santo / e via aria di zolfo / via nel vento l’ossessione / di lacrime asciugate: quali sono gli odori della tua poesia civile?

  5. Gusto: Pappa pappa minestra di cicoria / in fondo allo stradone (la basilica di) San Clemente: che sapore ha la poesia dialettale di Fratelli Mia?

  6. Mi fa una domanda in forma di poesia?

  1. Dopo la «siepe» leopardiana dell’«ermo colle», non è facile – almeno per me – trovare una metafora originale per questa domanda. Per i non addetti ai lavori, possiamo dire che, paradossalmente, sono proprio gli spazi angusti, circoscritti, quelli “confinati” sia da limiti materiali, naturali o artificiali che siano, sia da limiti ideologici o psicologici, a determinare la direzione dello sguardo del poeta, che per sua natura è predestinato a guardare oltre. E poiché l’essere umano è per sua natura finito (quantomeno nella sua corporeità) , sia a causa delle limitazioni imposte dalla natura o dagli altri uomini, sia per ragioni ontologiche, non mancano le occasioni per guardare oltre. Un oltre che però non deve lasciarci immaginare che lo sguardo vada a proiettarsi soltanto verso spazi oceanici o intergalattici, perché l’«oltre» è anche molto vicino a noi, dentro di noi. Risiede infatti anche nella dimensione psichica, nel pensiero, nel valicare le angustie di certe vedute mentali: ad esempio, superare un pregiudizio radicato è andare oltre.

  2. Torno alla mia vecchia idea della parola poetica come corpo (naturalmente non sono il solo né il primo a pensarla in questo modo), e aggiungo soltanto che il lettore di Fratelli mia, rischia di sentirsi abbracciato dai versi, che lo accolgono appunto come un fratello.

  1. Questa è una bella domanda perché la poesia, come quasi tutti sanno, è musica per una buona percentuale. Vi risparmio tutte le considerazioni del caso, e vengo ad un esempio concreto che riguarda la musica del dialetto. Mi è capitato di vedere su RaiTre qualche puntata di Gomorra. La lingua usata è costantemente il dialetto napoletano. Allora si potrebbe pensare che questo telefilm sia seguito soltanto dai napoletani e forse anche dai campani o al massimo in qualche altra zona del Sud. In realtà si tratta della serie televisiva italiana più venduta al mondo. Significa che negli Stati Uniti, in Irlanda, in Francia, in Germania ecc., milioni e milioni di telespettatori ascoltano il dialetto napoletano. Non è previsto il doppiaggio nelle varie lingue: si leggono soltanto i sottotitoli. Se così non fosse il film perderebbe una grossa percentuale della sua presa sul pubblico, perché verosimilmente i suoni di quel dialetto napoletano costituiscono il mezzo più efficace per rappresentare e comunicare il clima, il contesto, le emozioni e i sentimenti spesso bestiali dei protagonisti. Non sono per niente appassionato dei film di gangster eppure quando mi capita di vedere ‘Gomorra’, devo ammettere che sono come calamitato e resto davanti alla tv fino alla fine.

Tutto questo discorso, per sottolineare che in Fratelli mia, l’agone musicale tra italiano e dialetto si risolve a tutto vantaggio di quest’ultimo; si tratta infatti di poesie scritte in romanesco e poi traghettate (o traslate) in italiano. Devo confessare che talvolta ho adottato una traduzione “di servizio”, precisa, quasi didascalica, ma che non riesce a restituire la musicalità del “mio” romanesco. Uso l’aggettivo possessivo non soltanto per significare che il dialetto mi sta a cuore, ma soprattutto per comunicare che non mi sono limitato a usare il romanesco della tradizione, ho infatti cercato di rinnovarlo facendo ricorso a termini di altri dialetti o lingue o slang, più o meno adattati al vernacolo di Roma.

  1. Forse l’odore della poesia civile cambia con i tempi. Se fossimo negli anni ’40 o ’70, purtroppo avrebbe avuto anche l’odore del piombo o della polvere da sparo. Non che io sia un dinamitardo, tutt’altro, ma la poesia civile ha il compito di rispecchiarsi nel contesto socio-politico del proprio tempo e di rappresentarlo. Nei nostri anni ’10, nell’epoca della post-verità, è assai difficile individuare qualcosa di realmente attendibile, e gli odori pertanto possono rivelarsi artificiosi, manipolati, fuorvianti, autentiche «sòle». Quindi può esserci una commistioni di odori indecifrabili, come potrebbe avvenire in una casba assurdamente caotica e posticciamente multiculturale. Tuttavia nella poesia, anche in quella civile, almeno per quanto mi riguarda, non può mancare una traccia di invenzione, di immaginazione, di sogno, di utopia. Ed è in nome di questo aspetto che in Fratelli mia, si avvertono anche gli odori della bellezza, della nostalgia, dell’arte, della fatica e dell’ozio operosi e inoperosi, della natura incontaminata percepita più come amica o sorella o madre, che (nonostante la presenza leopardiana nella raccolta) come matrigna.

  2. Ha sapori glocal, ossia un gusto tradizionale che affonda le radici sia in una storia remota, quando i colli di Roma erano popolati da greggi di pecore e capanne di pastori, sia nel turbinare di un presente senza precise identità. D’altronde non è una novità se si pensa che Roma già un paio di millenni fa accoglieva lingue, religioni, genti da ogni angolo dell’impero. Dunque nella poesia dialettale di Fratelli mia si avvertono oltre a tracce lontane di antichi formaggi pre-italici e al gusto più articolato e corposo dei piatti tipici della tradizione romana (coda alla vaccinara, filetti fritti di baccalà, pasta alla carbonara…), i sapori di razioni di sushi, hamburger, kebab, sinigang filippino e cento altre prelibatezze etniche o sfornate dall’industria gastronomica. Non possono mancare libagioni a base dei migliori vini della tradizione (anche persiana, come si evince dalla parte del libro dedicata a Omar Khayyam) fino alle più nordiche birre di ogni colore e intensità.

  1. Le domande in forma di poesia finiscono non di rado per scivolare in interrogativi retorici. Non che io sia un fautore dell’anti-retorica a oltranza, però vorrei improvvisare dei versi dialettali, sia perché il romanesco sa essere molto schietto, sia perché nelle tue domande hai citato solo testo tradotto in italiano, sia perché vorrei continuare a giocare con i sapori glocal: ci ho preso gusto.

Ste luce cquà che ffioccheno da Starbucks*

sò ffiotti de cacàvo bbrasijano

o ggotti de sakè ner gargarozzo?

*Catena internazionale di caffetterie, potenziale emblema della globalizzazione (dalla quale mi aspetto un emolumento per l’involontaria pubblicità).


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