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Satisfiction » Francesco Erbani. Non è triste Venezia. Reportage narrativo da una città che deve ricominciare
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Inediti 19.12.2018

Francesco Erbani. Non è triste Venezia. Reportage narrativo da una città che deve ricominciare

Non è triste Venezia, libro di Francesco Erbani pubblicato da Manni, è un racconto di città. In questa categoria inserisco tutti quei testi che, in un modo o nell’altro, anno l’obiettico dichiarato o meno di “dire” una città. E, se il sottotitolo del volume è Reportage narrativo da una città che deve ricominciare, la sintesi di ciò che è – fino in fondo – Non è triste Venezia è tracciata.

Così, il considerare Venezia come la condizione per “prefigurare un organismo urbano del futuro” non è solo un’idea che da questo reportage emerge, ma anche un fantastico modo per raccontare una città dell’oggi come quella della Laguna. Ed Erbani ci riesce benissimo, passando dalla facciata dell’Hotel Des Bains agli abbandonati padiglioni dell’Ospedale del Mare, dai ponti alla Laguna, dalle Grandi Navi che penetrano in città al Mose.

Nella prefazione di The Venetian Campo, l’urbanista Edoardo Salzano scrive che Suzanne e suo marito Henry Lenard arrivarono a Venezia nel 1985 per un convegno e che, girando per la città e giungendo a campo Santa Margherita, ne trassero un’impressione che poi sintetizzarono così: una giornata in campo Santa Margherita vale quanto un intero corso di pianificazione urbana, perché serve a capire che cosa sia una città e quale la sua essenza, e cioè il sistema di relazioni fra gli abitanti in uno spazio”.

In queste parole riportate da Erbani sta anche, ancora in sintesi, l’idea che soggiace al suo libro.Venezia, per sua intrinseca natura, non cresce e non consuma suolo, riutilizza tutto, risorge di continuo su sé stessa, percorsa da automobili, e conserva ancora un equilibrio tra la sua parte costruita e la Laguna che la rirconda. Una città che non solo potrebbe costituire un modello, ma su cui molto andrebbe investito per un potenziale in gran parte inespresso, e solo presagito dalle attività che gravitano attorno all’Arsenale, che potrebbe diventare un laboratorio civico di rilevanza internazionale e anche internazionale. Ma anche dell’isola del Lazzaretto, o il Forte San Felice a Chioggia.

E, come dice Eddy Salzano – il famoso urbanista animatore del sito Eddyburg cui è dedicato l’ultimo capitolo del libro, “Venezia è un’opera d’arte nel suo insieme, al di là della bellezza delle sue parti. Anzi, il tutto è più bello della somma delle sue parti”.

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Foto: RINO BIANCHI

Sono alcuni ponti il luogo in cui Venezia mostra il suo volto cittadino. I ponti forse più dei campi e nonostante tutto. È un’impressione molto soggettiva, persino arbitraria. I campi, assimilabili a quel che nelle altre città sono le piazze, appaiono come un eclatante esempio di che cosa sia a Venezia lo spazio aperto, accessibile a tutti, ospitale, affabile. Nei campi o nei campielli, che dei campi sono la versione più ridotta, si arriva da più punti e, se si ha tempo, se si è fissato un appuntamento, si converge verso una panchina o verso la vera da pozzo. Lasciamo stare che le panchine o il gradino sotto la vera da pozzo siano intasati da un gruppetto di persone arrivate dall’Estremo Oriente. O che dilaghino i tavolini di un bar. In molti campi non avviene né l’una né l’altra cosa. In ogni caso soffermiamoci sul fatto in sé. Anche se si resta in piedi, il campo o il campiello sono il luogo dell’incontro, dello scambio gratuito, della convivenza e della condivisione. Della mescolanza. Lo sono in modo esemplare e patente.

I ponti, invece, non esibiscono la propria natura in maniera plateale. Ma se si è curiosi e pazienti, se una persona esperta lo fa notare, ecco che alcuni ponti, non tutti, rivelano accorgimenti concepiti per consentire a chi lo vuole di fermarsi e se si è almeno in due di fermarsi a chiacchierare. Lasciamo stare che tali accorgimenti servano a scattare foto al canale o asé stessi con lo sfondo del canale. A ostruire il passaggio. A radunarsi sotto l’insegna di una bandierina infilata in un’asticella e ad ascoltare una favoletta. O che, ricorrendo al caso estremo, qualcuno si spogli, resti in mutande e si tuffi in canale. Il fatto in sé, di nuovo, attesta la presenza di una qualche volontà. Non così evidente come per un campo o per un campiello, ma appunto per questo, per il fatto di definire un dettaglio apparentemente trascurabile, più rappresentativa.

(…)

I campi hanno forme diverse, ma sono riconducibili ad alcuni tipi elementari: per esempio nelle vicinanze è sempre presente un canale che, oltre che la chiesa, serve ad approvvigionare il mercato, che spesso vi si svolge, e le botteghe. E poi non c’è campo o campiello se non c’è un pozzo. Con il pozzo si realizza l’incrocio fra la concezione accogliente di questo spazio e una funzione decisiva, quella di garantirsi l’acqua potabile, uno dei problemi fondamentali di Venezia.

Questo dei Frari, come tutti gli altri pozzi veneziani, è la parte emergente di una struttura sotterranea composta da una cisterna riempita di sabbia e rivestita di materiale impermeabile. La cisterna raccoglieva l’acqua piovana che penetrava attraverso quattro bocche – le chiamano pilelle – qui disposte a formare un quadrilatero al cui centro è la vera, che solitamente è in pietra d’Istria. La pendenza della pavimentazione, appena percepibile, facilitava la raccolta. L’acqua, una volta nella cisterna, veniva filtrata e poi convergeva verso una canna in corrispondenza della vera per essere attinta. La cisterna era alimentata anche da acqua prelevata dal Brenta e trasportata su imbarcazioni. Il pozzo era dunque un espediente tecnologico assolutamente elementare ma essenziale per i veneziani, circondati da acqua salata. Essi hanno funzionato almeno fino alla fine dell’Ottocento, quando venne realizzata una condotta che attraversa la Laguna e che si alimenta da sorgenti dell’entroterra. Interesse pubblico e dimensione pubblica si coniugavano nel campo e nel pozzo.

(…)

La formazione di Venezia segue un andamento diverso da quello comune ad altre città, che si si sviluppano a partire da un nucleo centrale, si espandono e, a un certo punto della loro storia, quella più vicina a noi, perdono il senso del limite, non solo lo scavalcano, ma ne annullano il concetto. Venezia muove da un insieme di nuclei, una specie di arcipelago di insulae. L’ambiente in cui insistono queste terre precariamente definite, la Laguna, ne condiziona l’esistenza. Ognuno di questi nuclei si dota di strutture, come appunto i campi e le chiese, che diventeranno tanti centri e che li renderanno di fatto autosufficienti. Con il passare dei decenni e dei secoli le insulae si collegano fra loro e gli spazi d’acque che le separano si ridurranno alle dimensioni di un canale. Una delle componenti di questa vicenda è l’incessante ricerca e sperimentazione di soluzioni tecnologiche adeguate a un ambiente così singolare quale la Laguna. A cominciare dalle fondazioni. Venezia è una città racconta quest’avventura tecnica e culturale.


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