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Satisfiction » Francesca Mazzucato. Frontiera. Ventimiglia, Mentone e altri lembi o confini
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Inediti 14.05.2018

Francesca Mazzucato. Frontiera. Ventimiglia, Mentone e altri lembi o confini

Credo che il termine più adatto per esprimere il mio punto di vista sulla scrittura di Francesca Mazzucato, e in questo caso sulla “scrittura di luoghi” di Francesca Mazzucato, sia “stato di Grazia”. E’ il primo “senso” che riesco a dare a ciò (e al come) che scrive in questo suo Frontiera. Ventimiglia, Mentone e altri lembi o confini, edito da Historica. E’ stato di grazia la sua – sì confesso questa mia ammirazione – dell’osservare, del vivere dentro i luoghi, del farne un panorama e un orizzonte personale e al contempo un’opera d’arte. Francesca Mazzucato – anche in questo lembo d’Italia come in altri a lei cari – stabilisce un rapporto fatto di sguardo, di interrogazioni, di esplorazione, di dialogo. Certe sue pagine sarebbero altrettante foto di Luigi Ghirri o di Vivian Maier, tanto per trovare due possibili paralleli espressivi. E, insieme, queste parole-immagini, costruiscono dei luoghi – per dirla con Elémire Zolla, le loro Aure.

Paolo Melissi

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Prefazione alla nuova edizione

Le frontiere vogliono essere guardate, come le persone. Vogliono essere vissute e respirate, pulsano di urgenze, conoscono anime armate, fantasmi zoppicanti, giacigli di fortuna lasciati nei pressi, scampoli di cielo, repentini ritorni. Se le guardi sentono di esistere e smettono di essere un luogo ibrido, prendono colori e odori. Ho esplorato frontiere di ogni tipo in questi ultimi anni, ma una è rimasta la mia. Mia perché abito molto vicino. Perché la terra desolata che la precede negli anni è diventata la mia terra e la mia casa, ho imparato a conoscerla, ad apprezzare la sua non-identità, la sua durezza, i colori grigio cupo che il mare assume nei giorni di tempesta, rari ma che non si lasciano mai dimenticare, quando i gabbiani arrivano in gruppi organizzati e il loro volo disegna ampiezze inaudite.

Questo breve e intenso cahier di viaggio è stato scritto qualche anno fa e successivamente modificato ancora, ma conserva immutata la sua forza scomposta, il soprassalto di fronte alle magie del territorio, il desiderio di conoscere meglio e approfondire anche passando e ripassando per un confine che esiste in parte e in parte no. Si tratta di una storia che è nata da diari scritti su fogli volanti in questo lembo di ponente ligure che diventa Francia all’istante, durante viaggio serali in treni intercity che, dopo Genova, ogni volta si svuotavano progressivamente…

Adesso per un lungo tratto non si passa più via mare, per fortuna. Via terra, sotto le nuove gallerie, fermando nelle nuove stazioni tra cui quella di Imperia è sicuramente la più bella, il viaggio è più veloce e il territorio, pur con fatica, ha assunto una sua identità più precisa. Li vedi solo per brevi istantanee gli alberghi fuori stagione e i dehors abbandonati, poi scompaiono e riappaiono quando sto per scendere e, ormai, sono i punti fermi di una mia geografia intimissima e pubblica, sono casa. Questa narrazione è nata da una potente emozione che credo sia rintracciabile in ogni paragrafo, nella storia, negli spazi, e anche nelle immagini che troverete nell’appendice. Buona lettura e buon viaggio verso ogni frontiera che vi troverete a oltrepassare, o a decidere di lasciare perdere.

Francesca Mazzucato
Febbraio 2018

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LO SVINCOLO PSICHEDELICO

Non lo sai definire quel posto sul momento, a volte le parole giuste vengono dopo. Lì si tratta di guardare. Osservarlo per un po’ vuol dire perdersi. Ti fa male la testa e tutta quell’abbondanza vuota di vita ti fa desiderare un deserto. Oppure la voglia di non andartene mai più. Un incrocio di strade, il monte di fronte, enormi stabilimenti balneari, posti di ristoro con cartelli bilingue scritti sbagliati e centri commerciali. Gommisti, naturalmente, e anche vasai, quelli ci sono sempre. Ma i supermercati catturano l’attenzione. Ce n’è uno tutto marrone, di pietra, che sembra quelli che dovevano esserci a Mosca negli anni ’50, architettura sovietica trapiantata nel ponente ligure. Sopra negozi con vetrine rappezzate dallo scotch, scale mobili anteguerra, illuminazione bassa e un baretto popolato da un’umanità sperduta, bocche aperte e mute, che non parlano o parlano un linguaggio che non mi è dato capire. L’idioma dello svincolo psichedelico…

Ho scritto cos’è la passione tante volte, che cos’è l’amore e che cos’è la perdita. Ho cercato calore e devozione muta, un silenzioso schiudersi, ho reinventato storie che ho vissuto e vissuto storie che avevo già visto da qualche parte. Non credete a chi racconta di essere stato impeccabile in certi frangenti, di aver gestito al meglio amori finiti e abbandoni, non date retta…


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