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Satisfiction » Finché notte non ci separi
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Recensioni Autore: Eva Clesis / Lite Editions / pp. 172 / € 12

Finché notte non ci separi

Recensione di Anna Vallerugo
Finché notte non ci separi

Il male striscia sottotraccia, si nutre delle nostre fragilità, non dà vie di scampo.
Sporca le coscienze di tutti. Anche di chi vive esistenze all’apparenza perfette, prive di incrinature,  quelle vite che seguono docili binari piani e regolari: è la potenza assoluta del buio che alberga in ognuno, il tema su cui una giovane scrittrice barese protetta dallo pseudonimo di Eva Clesis,  al suo quinto romanzo, costruisce il sorprendente Finché notte non ci separi (Lite Editions).
Un noir densissimo di atmosfere cupe, com’è lecito aspettarsi dal genere, ma a modo suo inconsueto: pur mantenendo tensione e ritmo incalzanti dalla prima all’ultima pagina, Clesis lo innalza a un livello più complesso con un suo gioco di stravolgimenti spazio-temporali di piani narrativi perfettamente controllato e una padronanza della lingua e dei dialoghi matura e consapevole. 
La narrazione della storia è affidata alla voce di Dante Quartullo, un trentenne di cui veniamo a scoprire fin dalle prime righe il dramma che farà da innesco alla storia: la morte, in circostanze poco chiare, del padre malato di tumore. Questi, ricoverato in una struttura ospedaliera e affidato alle cure di un primario, tal Arturo Ranieri, sotto il peso di un cambiamento delle condizioni fisiche repentino e inspiegabile, muore nel giro di soli due giorni.
Da quell’istante, il figlio si convince della colpevolezza inappellabile del medico sulla cui condotta nutre sospetti in merito all’appropriatezza dei protocolli di cura da lui disposti (un’impressione che al lettore non è dato sapere se corrisponda a verità o meno, in linea con i giochi sulla tematica dell’apparenza, scheletro portante di tutto il romanzo). Dante, testimone del tracollo della sua famiglia ora priva di un perno, prende una decisione che darà per sua stessa ammissione nuovo senso alla sua vita: quella di pianificare in ogni minuto dettaglio una vendetta atroce contro il primario, una spettacolare rivalsa che per essere realizzata avrà bisogno di quattro lunghi anni.
Sul filo esile di  questo atto di ripicca  personale, andranno ad incastrarsi anche le vite di chi gli orbita attorno, in un gioco letterario di rimandi nel tempo e nello spazio godibilissimo, che verrà svelato solo nelle ultime pagine e di cui Eva Clesis riesce a mantenere salde le redini con grande efficacia.
Nel vortice degli eventi, dunque, personaggi secondari saliranno ad occupare un ruolo di primo livello e verranno puniti con rabbia e efferatezza.  Una punizione meritata, scopriremo nello svolgersi della trama: perché sotto la patina sottile e fragile di rispettabilità, ogni personaggio nasconde un suo fondo denso di marciume e ferocia.  Tra questi, anche la dolcissima fidanzata di Dante, Elisa, la studentessa che all’insaputa di tutti sfrutta il suo aspetto adolescenziale per vendersi a professionisti noti in città come irreprensibili, in realtà viscidi pedofili senza scrupoli.  Con abiti da educanda, Elisa si presterà ad  allietarne le serate squallide che prevedono, banalmente, l’immancabile abbinata “champagnino” e tiro di coca, in enormi ville fuori dal centro città, dalle camere coi soffitti decorati da “imitazioni di un affresco pompeiano a carattere erotico, incorniciato da fregi in cartongesso”. 
Dettagli minimi ma non gratuiti, che assumono senso solo a posteriori e per cui Eva Clesis rivela avere un occhio particolarmente acuto.  Così come in altre pagine inchioda con precisione chirurgica vizi e vezzi di una certa jeunesse dorée, “che se ne va in giro con la sciarpa arrotolata a doppio nodo, l’immancabile occhiale da sole nel taschino della giacca color pastello, un’abbronzatura perenne, […] il capello corvino abilmente cotonato a nascondere la stempiatura precoce”; solo comparse di poco conto, per il momento,  ma presto futuri proprietari di quelle magioni “dalle pareti rosa antico con colonne bianche e rifiniture terra di Siena, […] tegolato in cotto, quattro ingressi”, e l’immancabile prato rasato, dove verranno compiute le atrocità quotidiane peggiori, così ben nascoste da non assurgere nemmeno alla cronaca locale.  
Bella, infine, anche la scelta dell’autrice di comprimere l’intera vicenda in un arco temporale limitato alle poche ore che precedono l’alba. Si assiste così a una concentrazione di eventi, paure, speranze e angosce in rapidissima sequenza, che inchiodano l’attenzione del lettore in pagine serrate e frenetiche, tra la ricerca disperata della figlia scomparsa del primario, la fuga per la salvezza di Elisa e il crollo dell’alibi di Dante che gli frana addosso come in un gioco di carte malriuscito. 
Teatro del compimento di tutti i destini, una Bari notturna, sensuale, trasfigurata, che potrebbe essere qualsiasi altra città del mondo occidentale così com’è popolata da una moltitudine in perenne peregrinare tra “discopub, pub, birreria, bar, spazio di alcolici, club, jazz café, lounge café, gelateria, cornetteria, tavola calda”. Una “fiumana di minigonne, sigarette, canne, bicchierini di liquore e bottiglie di birra, chiacchiere e capelli, profumi scadenti e sudore […] una sarabanda di pantaloni abbassati sulle anche e le mutande fuori , di giovani zoccole che strillavano per un nonnulla e arrancavano sui tacchi”: tutti in un movimento viscoso, perpetuo, nel tentativo fallimentare di riempirsi corpo e anima, almeno per qualche ora.
Ma invece ciò che rimane di quella particolare notte nelle prime luci dell’alba, quando tutti i veli vengono squarciati, non è che un pesante senso di assenza, di sgomento, di vuoto morale.
Ai protagonisti, che appaiono ora in tutta la loro umana pochezza, rimangono due sole certezze: che in questa storia, chi è vittima è diventato carnefice e chi era carnefice si è fatto vittima.
E che da quel momento nulla potrà mai più essere come prima e non ci sarà un dio (maggiore, o minore, o chi per esso) che si farà carico di proteggere  loro – ma anche chi legge –  dal potere delle apparenze che è pervasivo e illusorio. 
In questo noir originale e potente, anche letale.


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