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Satisfiction » Emmanuel Bove. Il presentimento.
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Inediti 19.11.2012

Emmanuel Bove. Il presentimento.

A lungo snobbato in patria dagli editori ma apprezzato da autori come Rilke e Beckett, Emmanuel Bove sembra tornare al centro dell’attenzione e arriva anche in Italia grazie all’opera della casa editrice Lavieri (i primi in Italia a proporre un altro grande della letteratura mondiale come Arno Schmidt). E’ in uscita infatti il suo Il presentimento, romanzo (trad. di G. Brevetto) che vede come protagonista un avvocato che decide – senza nessun preavviso – di trasferirsi in un quartiere popolare di Parigi abbandonando ogni legame con la sua vita borgese precedente. Charles Benesteau, questo il nome dell’avvocato, incarna per Bove il “dilemma” che viene dalla lacerazione delle “sicurezze” dell’ordine quotidiano, dell’aprirsi al mondo e all’Altro.

P.M.

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Il 13 agosto 1931, nel tardo pomeriggio, un uomo di una cinquantina d’anni risaliva l’Avenue du Maine. Era vestito con un completo scuro, sulla testa un feltro d’un grigio chiaro, ormai scolorito. Aveva con sé il necessario per la cena, accuratamente avvolto e legato in una carta marrone. Il suo aspetto era talmente ordinario da passare inosservato. In effetti, i suoi baffi neri, gli occhialini poggiati sul naso, la camicia a righe grosse, le scarpe di capretto screpolate come un vecchio vaso, non attiravano l’attenzione di nessuno.

All’angolo di una strada si fermò diversi minuti a guardare dei bambini mentre giocavano, senza chiedersi se questa sosta avrebbe potuto incuriosire la gente. Aveva la stessa espressione commossa di un padre a cui la morte avrebbe strappato un figlio. Poco oltre, per entrare in una tabaccheria, dovette attraversare il viale. Lo fece con innumerevoli precauzioni, alzò un braccio per attirare l’attenzione dei conducenti e si pose nella scia di una carrozzina per neonati. Faceva un caldo afoso. Il cielo era coperto ma la luce era accecante. I camionisti, numerosi in questo quartiere prossimo alla stazione di Montparnasse, avevano tolto la giacca. Da un sedile all’altro si scambiavano offese, con la stessa naturalezza con la quale si respira, e questo nell’indifferenza generale. All’altezza del cimitero, Charles Benesteau — così si chiamava l’uomo — voltò a destra in rue de Vanves. Duecento metri più in là, si fermò di fronte a una casa dalla facciata come annerita dal carbone. Su un lato dell’entrata, una targa indicava ai passanti l’esistenza di un certo dottor Swartz, specialista in malattie della gola. Senza bussare, aprì la porta della guardiola dicendo: «Sono io», prese un giornale lasciato per lui su un tavolino e cominciò a salire le scale.

 Era passato poco più di un anno da quando Charles Benesteau si era separato dalla moglie, dai suoi figli, da quando aveva smesso di recarsi in tribunale, da quando aveva rotto con la sua famiglia, con quella della moglie, con i suoi amici, da quando aveva lasciato il suo appartamento in boulevard de Clichy. Cos’era successo? Quando un uomo vive circondato dall’affetto dei suoi, dalla stima dei colleghi, un cambiamento di vita così radicale sembrerebbe a prima vista incomprensibile. Per questo motivo il lettore ci perdonerà se ci soffermeremo sul passato e sul carattere di Charles.

Era stato solo dal 1927 che il comportamento di Charles aveva cominciato a sorprendere la famiglia Benesteau, soprattutto il padre. Charles era divenuto cupo, suscettibile e collerico. In un primo tempo si era pensato a una conseguenza tardiva della guerra, poi ad una malattia. Nel 1928 fu deciso che sarebbe partito con sua moglie per il Sud. Ma al ritorno nulla parve cambiato. Al contrario, il suo stato era peggiorato. Tuttavia continuava regolarmente ad attendere alle sue occupazioni, incontrava i clienti, s’interessava di tutto ciò che riguardava il suo ambiente, ma lo faceva come un uomo che nasconde un segreto, con un’aria distratta, lontana, triste, un’aria che ricordava stranamente colui che abbiamo visto poc’anzi, quando si era soffermato a seguire il gioco di quei bambini. Quando gli si chiedeva qualcosa, lui non rispondeva, oppure alzava le spalle. Dopo le vacanze di Pasqua non tornò più in tribunale. Non tardarono ad accorgersene. Fu il pretesto per un consiglio di famiglia. Gli posero domande in modo così persuasivo che alla fine acconsentì a parlare. Per lui il mondo era malvagio. Nessuno era capace di un atto di generosità. Intorno a lui vedeva solo persone che agivano come se dovessero vivere in eterno, ingiuste, avare, che adulavano chi poteva essere loro utile ignorando gli altri. Si chiedeva se veramente, a queste condizioni, la vita valesse la pena di essere vissuta e se la felicità non stesse proprio nella solitudine piuttosto che in quei miserabili sforzi cui era costretto per ingannare chi gli era intorno. Queste parole suscitarono il peggior effetto sulla sua famiglia. Tutti si guardarono sorpresi e inquieti. Queste opinioni, sulla bocca di Charles, sembrarono così fuori luogo come fossero uscite dalla bocca di un bambino. Gli si fece notare che non aveva il diritto di parlare così, che doveva lasciare questi discorsi ai falliti. Avendo avuto in sorte un padre come il suo, una moglie come la sua, fratelli come i suoi, doveva considerarsi fortunato e far di tutto per restarne degno. Simili parole si potevano perdonare a chi non aveva avuto fortuna o famiglia, ma a un uomo che non aveva mai sofferto, che, grazie alla sua miopia, durante la guerra aveva fatto solo l’ausiliare, non erano permesse. Qualche mese dopo, in soli otto giorni, un’angina pectoris si portò via Benesteau padre. Questo lutto non parve colpire particolarmente Charles. Iniziò ad uscire di casa fin dal mattino per andare a passeggiare non si sa dove. Spesso non rientrava nemmeno per il pranzo. La sera si chiudeva nel suo studio e quando sua moglie bussava alla porta le parlava senza lasciarla entrare.

 

Emmanuel Bove nasce a Parigi nel 1898, da padre russo e madre lussemburghese. Sempre sopraffatto dal bisogno, esercita i mestieri più disparati: autista di tram e taxi, ragazzo di caffè, tuta blu alla Renault, poi giornalista di cronaca nera e scrittore di romanzi popolari con lo pseudonimo di Jean Valois. La sua opera conta una trentina di libri, tra i quali, in italiano: Armand (Marietti), Diario in inverno (Marietti), I miei amici (Feltrinelli) e La coalizione / un Raskolnikov (Lavieri). Bove muore a Parigi nel 1945.


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