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Satisfiction » È la scrittura, bellezza!
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Recensioni Autore: Fabrizio Centofanti / Editrice Clinamen / pp. 174 / € 19

È la scrittura, bellezza!

Recensione di Guido Michelone
È la scrittura, bellezza!

Per chi ancora non conosca l’opera di Fabrizio Centofanti, vale la pena leggere dapprima il nuovo e terzo romanzo È la scrittura, bellezza!, per Clinamen, e poi salire a ritroso e tra l’abbondante bibliografia; ci sono i precedenti narrativi, Ecco l’uomo e Nessuno è più importante di te, e soprattutto tanta critica come i saggi sugli scrittori Clemente Rebora e Italo Calvino che rappresentano antinomicamente i numi tutelari di una ‘penna’ anomala per la letteratura italiana. Ma è importante scoprire una sorta di trittico ideale composto, fra il 2008 e il 2011, per Effatà, da Prêt(re) à porter, Non superare le dosi consigliate, Guida pratica all’eternità: i tre volumetti, solo in parte ascrivibili alla forma dei racconti, sembrano un po’ la premessa culturale (e forse anche teorica) a quanto si legge ora appunto in un libro che, giocando su una frase tipica del mondo mediatico – ‘è la stampa, bellezza’ – più volte citata nei film americani, appare con umoristica intelligenza non solo un monito alla riflessione, ma soprattutto un elogio profondo alla ‘bellezza della scrittura’ e specularmente un invito fraterno alla ‘scrittura della bellezza’. Nel ‘trittico’ a metà fra memorie, diari, parabole, frammenti, novelle, pensieri si legge, al capitolo ‘Come si scrive un romanzo’, in un ‘anticipo’ di È la scrittura, bellezza!, che occorre “assimilare gli scarti e le continuità, i ritmi e i cambi di velocità, le sinestesie, le transcodificazioni, i trucchi e le combinazioni, essere chimici e comici, ragionieri e sognatori, architetti e terroristi, costruire pazientemente mattone su mattone e far saltare tutto in aria in un momento”. Basterebbero queste poche righe quale consiglio primario e definitivo a qualsiasi allievo dei corsi di scrittura creativa, che sono il bersaglio appunto del nuovo romanzo: un romanzo che si pone come metaromanzo e forse antiromanzo, nella miglior logica delle precedenti esperienze avanguardiste che in Italia, lungo il Novecento, dal Futurismo al Gruppo 63 fino ai Giovani Cannibali (non a caso Tiziano Scarpa è prefatore di Prêt(re) à porter), tentano un’alternativa alla dilagante narrativa mainstream che, soprattutto negli ultimi trent’anni, sta occupando un ruolo di potere assoluto, quasi dittatoriale, respingendo la ricerca e la sperimentazione al di fuori del cosiddetto universo culturale. In fondo il libro di Centofanti in tal senso può anche venir letto come un grido di dolore contro l’editoria e i media che, nel Bel Paese, per restare al solo ambito letterario, riducono i libri (e i loro Autori) a pseudocultura in bieche operazioni di marketing. A spalleggiare i potentati di un’industria vera e propria, ormai molto simile a quella del divertimento tout court, sorgono le scuole di scrittura che, anziché favorire l’inventiva o le diversità, tendono ad appiattire l’ingegno omologandolo verso il basso, ossia l’ovvio, il banale, il commerciale, il risaputo, lo scontato. Nel parlare, indirettamente, di tutto questo Centofanti evita il pamphlet rancoroso o il saggio critico, preferendo una narrativa sobria al contempo lineare, erudita e filosofica, che non rinuncia al ‘piacere del testo’, come direbbe Roland Barthes, pur mantenendo l’esigenza di essere pedagogica, oltre togliersi qualche sassolino dalla scarpa nei confronti del suddetto establishment. Ecco quindi un ‘romanzo nel romanzo’, diviso in due parti, dove, nella prima, Leopoldo è un personaggio letterario pirandellianamente in cerca d’autore (o meglio d’autrice, visto che è tale Maria a crearlo), lungo un percorso iniziatico che può ricordare fin da subito l’Ulisse di Joyce (già nella scelta del nome) e il Candido di Voltaire (per le situazioni): al bar, dove si ubriaca, Leopoldo incontra i fantasmi di grandi scrittori con una tecnica che ricorda le apparizioni scespiriane ai protagonisti di grandi tragedie; ma qui il contesto è sia ironico sia autoreferenziale, in una girandola di personaggi spesso difficilmente identificabili (ma caricature di intellettuali in carne e ossa). E nella seconda parte la coralità del libro è ancor più accentuata con almeno sei protagonisti – Brice Cento, Cosimo, Viola, Simone Vangelis, Teodora, Medardo – che ruotano attorno l’idea di romanzo in una sorta di circolarità rituale o di ritorno ciclico, dove l’eterno e l’effimero paiono non tanto rincorrersi quanto piuttosto sfidarsi continuamente in quelle partite a scacchi viste in un film stupendo e oggi un po’ rimosso come Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, che forse chissà, come Rebora e Calvino, potrebbe essere un’altra fonte ispirativa della toccante prosa di Centofanti, tra i pochissimi a sfidare la narrativa tradizionale e consumista con le armi della parola, metafisicamente tra scrittura della bellezza o bellezza della scrittura.

Guido Michelone


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