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Satisfiction » E’ di vetro quest’aria
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Recensioni Autore: Monica Pareschi / Italic Pequod / pp. / €

E’ di vetro quest’aria

Recensione di Anna Vallerugo
E’ di vetro quest’aria

E’ una raccolta di racconti preziosa per linguaggio e significato “E’ di vetro quest’aria” di Monica Pareschi, edita da Italic Pequod.

Sette piccole meraviglie, fotogrammi potenti, brevi ma densi, istantanee raggelanti della realtàche fissano in modo puntuale i personaggi in un momento preciso della loro esistenza: gli istanti che precedono un cambiamento. Cambiamento che Pareschi trattiene volutamente entro i confini dell’indefinito e che potrebbe portare in direzioni di vari “possibili”: sta al lettore l’andare oltre la pagina scritta e spingersi a imbastire un personale abbozzo di compiutezza.

Volendo. Ma si potrebbe invece anche decidere di non cercare risposte definitive, di lasciar tutto in condizione di sospensione e fermarsi un passo prima, in bilico sull’orlo del baratro come i protagonisti dei racconti stessi, per limitarsi a godere del disturbante senso di precipizio, ineluttabilità e sgomento di fronte alla totale assenza di sicurezze su cui poggiare ben saldo il piede. Una condizione umana straniante, tragicamente contemporanea, che Pareschi (che oltre a curare un collana di classici femminili per Neri Pozza, è tra le più raffinate traduttrici italiane: ha lavorato su opere di Doris Lessing, James Ballard e Bernard Malamud) delinea con una lingua perfetta, controllata, scarnificata.

Figure in perenne (dis)equilibrio tra il binario della normalità e brusco scarto da essa, i suoi protagonisti si muovono in realtà riconoscibili, universali eppure indefinite, fagocitati da atmosfere al tempo tangibili ed evanescenti, anonime periferie di ancor più anonime città o ambienti noblesse oblige, popolati da signore “civilmente abbronzate in ogni stagione dell’anno, con civili strisce di biondo nei capelli”, senza precisi riferimenti spazio-temporali a cui il lettore possa fare appiglio.

Eppure, in un efficacissimo contrasto, non di sola evanescenza si nutre questa scrittura.

Colpisce, anzi, l’imprevista crudezza dei dettagli, ripetutamente, scientemente ricercata: il particolare disturbante non risparmiato, la presenza fortissima del corpo, di odori e umori, di pulsioni frustrate, di imbarazzi comuni: “La bambina è seduta sull’orlo della vasca da bagno. La vasca è piena d’acqua, chiusa dentro una pelle sottile e sporca. Sotto la pelle l’acqua è grigia. Se la bambina la smuove con la mano l’acqua sale sulle pareti della vasca e poi si ritrae lasciando un residuo di schiuma morta. La mamma ha lunghi seni che ondeggiano e guardano. Il suo sesso è una lunga bocca pigra. Il suo ombelico una stretta minaccia. Forbici, pinze, piegaciglia, rasoio: le mani apparecchiano il corpo. Dall’armadio sale un triste odore di donna. I guanti di capretto nelle scatole, le intoccabili calze. La spazzola si abbatte sulla bambina. Fieri denti di ferro mordono grovigli di nodi, nidi d’uccello. Mordono e tirano. La fronte si spiana, i tagli degli occhi si allargano e fanno acqua. L’elastico agguanta aspro la matassa, la strozza, spezza lunghi crini elettrici, sciagurati. Mani veloci si affollano intorno al corpo della bambina. Sollevano e frugano, tendono, stringono, rincalzano. L’elastico delle calze lascia segni sulle gambe. Le mutande salgono sulla pancia. La cartella è di pelle dura, con cinghie e ganci d’acciaio che battono sulle ginocchia nude. Ha un davanti bellissimo, di cavallino maculato, un pelo raso e lucido che fa un buon odore di bestia. Dentro sa di matite e banana, e buona plastica. I quaderni nuovi hanno meravigliose copertine di cartoncino lucido, e coste candide e serrate e fresche. Le piace soprattutto passarsele sulle labbra, dove la pelle è più sottile. Il primo segno col pennino e l’inchiostro blu sulla carta le mettono i brividi. A volte si spreme un po’ d’inchiostro dalla cartuccia sulla punta della lingua e inghiotte. La guancia della mamma sa di freddo e di cipria. L’inchiostro sa di limone.

Le trame di tutti i racconti giocano sull’inatteso, sullo sconvolgimento portato da incontri casuali che inaspettatamente assumeranno un loro peso nella giornata o nella vita stessa dei personaggi, forse- disturbante proprio come l’elenco fitto e dei dettagli anatomici più ruvidi che trovano così giusto spazio e senso: “Dopo la frenata brusca l’autobus era ripartito c’era stato come un risucchio che aveva fatto aderire il corpo al mio.[…] i capelli mi sfioravano il naso. Erano di un grigio ferroso, radi sotto il gonfio della messa in piega vecchia forse di una settimana, tutta a ciocche appiccicate e un po’ unte, come le penne di certi piccioni quando s’arruffano. La cute sotto era bianca.“La aiuto” ho detto tendendo i muscoli delle cosce Aspetti” ha detto lei girando un po’ la testa e mostrandomi il profilo destro. L’occhio azzurro galleggiava in un’acqua immota, i vasi sanguigni venavano la cornea gialla. All’interno della palpebra inferiore c’era una pallina bianca, come piena di un liquido che sarebbe potuto schizzare fuori da un momento all’altro. Dentro le pieghe di pelle rilasciata l’occhio si è girato pericolosamente e si è fissato nel mio. Adesso che l’iride era semiscomparsa nell’angolo esterno e la cornea sgranata, ho visto l’umore vitreo traboccare dal bordo e scorrere giù lungo il naso grosso e vivo. La pelle della guancia formava tre sacche sovrapposte, e quella simmetria duttile intersecava la profonda linea perpendicolare che incideva la carne dall’aletta della narice al mento. La pupilla mi inchiodava.”

Un coinvolgimento di tutti i sensi, -vista in primis, attraverso l’ “aria di vetro”del titolo- che va a concorrere alla riscrittura del reale, afferrato ma lasciato nel frammentato, unica dimensione del vivere, suggeriscono Monica Pareschi e la sua scrittura indimenticabile: piena di poesia, dura di scorza ma con cuore di profondissima pietas.


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