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Satisfiction » Dietro l’estate
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Recensioni Autore: / Di Felice Edizioni / pp. / €

Dietro l’estate

Recensione di Giovanna Albi
Dietro l’estate

E’ recentemente uscito per la Di Felice Edizioni una silloge di tutto pregio del grecista e poeta, Donato Loscalzo, Dietro l’estate. Musicalità, ritmo incalzante, melodia cadenzata sono, inter alia, gli elementi che più mi hanno colpita, in un periodo buio per la poesia, quale quello che siamo vivendo oggi. Tanti finti poetastri improvvisati, tanta svilente prosaicità del verso che non suona, caratterizzano i nostri tempi; gli Italiani non leggono, ma tutti scrivono: è questa una palese contraddizione in termini. Dietro i versi di Loscalzo, si avverte nitido un raffinato tirocinio letterario, vi è una scelta sapiente della parola scaltrita, elegante, che procede ritmicamente a creare un ondeggiamento dei versi che si inseguono e si incalzano padroneggiati da una struttura strofica che non difetta in nulla. Ho già avuto modo di leggere altre sillogi del medesimo poeta e confermo una escalation di qualità indiscussa, un vibrante pathos che si è acuito nell’ultima silloge e che non consente una caduta dell’attenzione. Poesie di estensione misurata, ricerca del giusto equilibrio attraverso un dosaggio meditato di ciò che si vuole trasmettere. Apollineo e dionisiaco bilanciati, poesia come ricerca di compensazione al dolore ineluttabile del vivere, mai cieca rassegnazione, ma sempre versi di speranza non in un futuro migliore, ma in un miglioramento del dialogo con se stessi, con quel “tu” costante interlocutore, che talora coincide con persone reali, il compagno/la compagna di vita, ma che più spesso mi sembra l’alter ego del poeta, il suo doppio da addomesticare, persuadere, commovère, indurre alla convinzione con un intento psicagogico. Innanzitutto il titolo è rivelatore: l’estate è sicuramente la stagione preferita dal poeta: gioia, spensieratezza, gioco, mare, sole, vitalismo, giovinezza…, ma dietro di essa come un morbo greco: dolore, noia, grigiore, assenza di luce, tenebra, oscurità, malattia, morte. In questo susseguirsi delle stagioni, l’uomo/poeta cerca un punto di equilibrio, pur nella voluta sospensione del verso, speranza di contemperamento degli opposti sentire, acquisizione del senso ultimo delle cose, individuazione del tèlos del divenire. Una poesia è quella di Loscalzo che non si arresta mai, in un dialogo costante con sé, con il mondo che lo circonda; direi, una poesia filosofica che, riflettendo sul dolce/amaro della vita, trova sempre, alla Montale, “un varco nella rete che stringe” Non credo che tanta virtù sia concessa all’uomo nella vita, ma nella poesia certo; questa è leopardianamente la ragione ultima dell’esistenza, il rifugio, la consolazione, il tòpos in cui tutto ritorna nell’Uno/Tutto che è all’origine del mondo. Illusione certo: nella poesia ci si eleva a vette alte, non ci si rassegna, si gode soffrendo, si resiste; ecco, resistenza: questa mi sembra la parola d’ordine della poesia loscalziana. Quando tutto sembra perso, indomita rinasce la speranza; quando quel “tu” con cui si entra in relazione sembra scomparire, ecco che lo vediamo riaffiorare più denso e perentorio di prima. A volte docile compagno, talaltra giudice impietoso, ancora vita che risorge, ritmo che incalza. Un “tu” dal “multiforme ingegno” come quello del poeta Loscalzo, la fortuna dei cui versi risale certamente alla profonda conoscenza del mondo greco, con la sua concezione del tempo, con quella certezza della coincidentia oppositorum, dell’alpha che rinasce sull’omega e viceversa e, non ultimo, per la musicalità di una lingua che ha inciso nell’animo del poeta che sembra ispirato dalla musa sonante. Leggete, se avete qualche dubbio sulle mie parole, la poesia di abbrivio: risposte. mi chiedi in quale parte ti porto/nei lunghi giorni senza te/sei nelle risposte che do agli altri/sono quelle che avresti dato tu. In questo folgorante incipit della raccolta si nota, non secondario affatto, l’uso della minuscola, una costante delle poesie loscalziane, in minuscolo lo stesso titolo, come se si trattasse della continuazione di un dialogo già iniziato nella mente e nel cuore del poeta in questa ricerca teleologica sul mondo interno/esterno. Vi è qui la presentazione dell’interlocutore, che mi sembra essere davvero il doppio del poeta, consapevole che il linguaggio può far emergere solo una parte di sé perché l’altra faccia rimane nascosta, come la verità greca che non si può mai svelare interamente. Geniale intuizione questa! E ancora: me lo dicevi sempre a viso basso/ di coltivare i sogni nella nebbia/quando si vede solo da vicino. Chi sia questo “tu” non è dato sapere con certezza; quello che però non sfugge è la precarietà del progetto per qualsiasi uomo; anche questo è molto greco: i sogni vanno coltivati a breve distanza e scadenza, perché elevare le case alte come l’Eurimedonte non è a misura umana, queste sono destinate a crollare. Mentre ciò sembra essere un dato acquisito, interprete di una visione apparentemente pessimistica, segue: ma forse dietro quelle tue parole/ c’era solo il bisogno di restare/di non piegarsi mai alla sconfitta. Si legge qui un andirivieni del pensiero che torna indietro e corregge, suppone, e ridà la spinta vitale: il non piegarsi mai alla sconfitta. Eroismo tragico, direi, consapevolezza del limite e pur tuttavia l’azzardo. E’ un poeta costantemente ossimòrico Loscalzo, non solo in contrapposizione di parole, ma di immagini e concetti. Questo è bellissimo, questo contrappunto musicale costante che non si arrende di fronte al ritmo inclemente del quotidiano andare.

Struggente e appassionata, non meno che tormentata, la poesia “la madre” che, a chiusura, riporto qui per intero: verrai prima del giorno e sarò qui/a rivoltarmi nel letto con gli errori,/chiederai cos’ho fatto del mio tempo/volato via come un lusso che si è perso/ho imparato a eludere il tuo sguardo/perché lì trovo le maglie del mio errare,/il vortice dei sogni che si annida/qui dove tutto rimane ormai incompiuto/non ero il figlio che avevi immaginato/ma solo un pigro cercare nel mattino/un nome per riempire i giorni tuoi/soffia forte un vento dagli infissi/mentre mi chino a cogliere un tuo suono/un rimprovero taciuto ma evidente/ti ho lasciato per caso due parole/che forse custodirai in questi giorni/che scolorano d’ogni mia dimenticanza.

E qui sospendo il mio giudizio e lascio solo il poeta nel suo ricordo/tormento di non essere un figlio adeguato e io mi chiedo: cosa avrebbe potuto fare di più grande di questo tributo alla poesia così vero, intenso, alto e profondo?


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