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Satisfiction » Come una bestia
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Recensioni Autore: Joy Sorman / Nottetempo / pp. 171 / € 14

Come una bestia

Recensione di Enzo Baranelli
Come una bestia

Il libro della scrittrice francese Joy Sorman pubblicato in Francia nel 2012, s’inserisce in una lunga tradizione che parte da “The Jungle” di Upton Sinclair del 1906 (Mondadori, “La giungla” 1983) per arrivare a “Fast Food Nation” di Eric Schlosser del 2001, un’analisi del mondo dei fast food e della lavorazione della carne, scritto da un brillante cronista di Rolling Stone Usa, e per proseguire con “Il dilemma dell’onnivoro” di Michael Pollan del 2008 e “In difesa del cibo” del medesimo autore (Adelphi, 2008 e 2009). Per non parlare del manifesto vegetariano di Jonathan Safran Foer, “Se niente importa” (Guanda, 2011). L’apertura del breve romanzo “Come una bestia” (Nottetempo, pp. 171, 14 €) è il racconto di una clip promozionale sulle professioni della carne dell’istituto di Ploufragan, una cittadina bretone. Lo stile è rapido, scorrevole, essenziale. Sorman usa una lingua precisa, come precisi sono gli strumenti da utilizzare, innanzitutto il coltello: “il coltello per capirlo non bisogna ammirarlo, bisogna usarlo”. Le ambizioni del sedicenne Pim, il protagonista del romanzo, all’inizio del suo apprendistato di due anni, sono chiare e semplici: “Non ha paura di niente e ha fretta. Di riuscire a guadagnare dei soldi, di vivere la sua vita”. Il sabato Pim è addetto alla preparazione del macinato, la sua mansione preferita. “Allora Pim, paralizzato dalla bellezza, contempla la carne marezzata rosa e bianca che esce dal tritacarne come un’invasione di larve”: Joy Sorman inserisce in un compito tipico di un macellaio, la parole “larve” , che suona subito al lettore quasi fuori posto, evocando la putrefazione e l’assenza d’igiene che da una macelleria devono essere bandite. La fatica di Pim è descritta dall’autrice nei suoi minimi particolari e sopraffatto da questa fatica Pim inizia a sognare e i brevi sogni si mescolano alla narrazione, movimentandola e accrescendone il fascino. Il rapporto tra eros e carne è esplorato dall’autrice già nella prima parte del romanzo, dove Joy Sorman associa parti femminili e tagli di carne, il tutto è narrato in maniera diretta. Durante l’apprendistato è programmata una visita al vicino mattatoio per assistere al momento in cui l’animale diventa carne; Pim è lievemente teso: “dovrà affrontare il sangue che trabocca, lui che conosce solo la carne soda” e si domanda se l’odore del sangue animale sia uguale a quello umano, e propende per un sì: “l’odore deve essere universale”. Sorman indugia molto sulla descrizione del mattatoio , odori, colori, rapidi passaggi tra ambienti più o meno freddi. Pim osserva attento e ricorda un maiale che aveva visto da piccolo in un allevamento, ma Joy Sorman impone una ferma differenziazione: “gli uomini sono teste, mentre gli animali sono corpi”. L’autrice vuole chiaramente mostrare al lettore quali gesti e odori si nascondono dietro a un semplice pezzo di carne. Gli operai hanno una loro integrità, perché è necessario uccidere senza sofferenze inutili e uccidere perché la bestia va mangiata “non per svago o per sbarazzarsi del suo corpo”. L’osservazione di Sorman arriva rapida: “occorre nutrire l’umanità carnivora e progressista , l’umanità che cresce e che bisogna servire”.
Scritto con un grafia diversa, Sorman inserisce due pagine in cui narra l’istituzione del primo mattatoio robotizzato, istituendo un paragone con Ford che nel 1913 inaugurava la sua catena di montaggio per auto; l’industria di Ford a Detroit, quella della carne a Chicago, e osserva: “il lavoro in serie non è nato per assemblare automobili, ma per smembrare animali”. Pim è ossessionato dalla figura del maiale, mentre la visita è finita ritorna ad assistere alla loro lavorazione, poi velocemente abbandona correndo lo stabilimento. In realtà Pim è la bestia, è il maiale. “Pim è il secondo essere vivente ad essere fuggito dal mattatoio di Collinée. Il primo è stato proprio un maiale”.
Dopo un anno il protagonista supera brillantemente la prova di apprendistato tanto da essere scelto per passare un mese nell’azienda di un allevatore di mucche in Normandia. Ancora una volta, Joy Sorman propone una similitudine tra la fabbrica e gli animali come le mucche da latte che sono: “piccole fabbriche viventi, fabbriche di latte e carne che fanno tre turni su quattro zampe”.
Osservando le mammelle delle mucche Pim è attratto dal loro colore rosa vellutato tanto che “le addenterebbe volentieri”. Le mucche, un po’ ci somigliano, con quegli occhi neri e le lunga ciglia, e Pim, le osserva con attenzione ed esegue con scrupolo i compiti nella fattoria, ma sa anche che la mucca da latte alla fine della sua carriera “bisognerà farla uccidere, perché lei è nata carne”. L’autrice racconta di un piccolo scontro tra Pim e una mucca. Il ritmo del racconto accelera e si contano gli sguardi, come in un duello western, poi tutto ritorna alla normalità.
Un altro intermezzo, sempre scritto con una grafia diversa e in questo caso grottesco, viene posto dall’autrice nella narrazione, se prima il paragone era tra fabbrica e mattatoio, ora è tra mattatoio e patibolo, con un maiale che si vede costretto a salirci a causa del suo comportamento irrispettoso: Sorman umanizza l’animale nel momento in cui gli viene tolta la vita, come per un uomo condannato a morte.
Nell’allevamento Pim lava le mucche prima che vadano al pascolo, piange, ma non si asciuga le lacrime: “Che cos’è essere una mucca? Niente solo stagioni, il cibo, la mano dell’uomo sulle mammelle e sulla gola”. Ma non c’è solo questo gli animali ci insegnano la dignità nella morte e ci insegnano come vivere. Con eccesso, perché la bestia è la febbricitante passione dell’uomo. Dopo l’apprendistato di due anni Pim apre una macelleria a Parigi. Solo per una particolare cliente, Pim si procura del cervello di vitello. Un taglio che nessuno mangia più. Se il sangue della carne finirà nel sangue dell’individuo, il cervello finirà nel cervello del consumatore? “Il cervello non lo mangia più nessuno, chiedetevi perché. Ci siamo accorti delle conseguenze: mangiare il cervello del vitello significa diventare vitello, riscoprire il sapore del latte per esempio”. Nel paragone tra carne delle bestie e uomo, Joy Sorman evidenzia l’esempio di Lady Gaga che ha impersonato la macellaia in una diretta da Los Angeles degli MTV Music Awards. Carne cruda sulla spalle, borsa di carne e zeppa di osso di lombo. E Pim, accanto ai ritratti delle mucche, incornicia una foto di Lady Gaga vestita di carne. “Poster di donne nude nelle cabine dei camionisti, una cantante coperta di bistecche sopra la cassa”. Joy Sorman descrive anche lo stabilimento di Rungis, il più grande mercato agroalimentare di prodotti freschi in Europa, dove Pim si rifornisce: abbondano i colori, le consistenze della carne, le sfumature madreperlacee. Il paragrafo iniziale si chiude con un particolare: le teste delle mucche allineate, con la fronte marchiata da un foro. Pim vuole la carne migliore, quella degli animali che sono stati in un pascolo e non in allevamento intensivo. Pensa ai vegetariani che forse potrebbero vincere la loro battaglia, ma sa che la terra cresce e che coloro che hanno vissuto solo di pane e acqua, ora si mangerebbero un bel pezzo di manzo. Di fronte ai movimenti ambientalisti si organizzano seminari per spiegare come il coleottero del Benin equivale a una bistecca, contiene il 40% in proteine, e proprio in Francia (è una notizia dei telegiornali di alcuni mesi fa) iniziano ad aprire le prime brasserie che servono insetti su tartine, d’altronde ci si abitua a tutto. Ma Pim è un purista e non si lascia convincere facilmente e vuole puntare sulla ricerca di una materia prima ineccepibile, desidera solo le carcasse migliori e intere, perché la bellezza non ha necessità di nascondersi. Per osmosi respirando particelle di carne, il colorito dei macellai si altera e il fisico si fortifica, la carne viene assorbita attraverso i polmoni, non si ha quasi più bisogno di mangiarla. Ancora una volta eros e carne si intrecciano, osservando una donna, Pim pensa che la divorerebbe volentieri, e i suoi pensieri corrono: Pim è fedele all’arte della macelleria, vuole recuperare il contatto tra bestia e uomo, il pascolo verde, l’animale e la caccia. Nel mattatoio uccidere l’animale si dice “fare la bestia”. Joy Sorman alterna sogni a visioni reali. Pim legge tutto sullo carne, Pim piange su una fetta scamone. Il finale del romanzo diventa sempre più onirico, perduto nel sogno, ma ancorato alla pesantezza insopportabile della carne. Enzo Baranelli


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