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Satisfiction » Cina e Altri Orienti
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Recensioni Autore: Giorgio Manganelli / Adelphi / pp. / € 22

Cina e Altri Orienti

Recensione di Enzo Baranelli
Cina e Altri Orienti

Ritratto dell’artista con valigia.

“Tutti i governi hanno l’obbligo di essere ottimisti, e questo sarebbe già un buon argomento in favore dell’anarchia”.

Giorgio Manganelli.

Il linguaggio divora e riscrive la Praga Magica di Ripellino. Nell’universo di questo volume le annotazioni antropologiche sono mescolate e chimicamente saldate a una deriva onirica. Se ripensiamo a “Bangkok” (Adelphi, 2009) di Lawrence Osborne, che rimane il capolavoro della letteratura non di viaggio, ma del viaggiatore, qui possiamo scorgere i diamanti di quella stessa visione “dell’artista con valigia”. Adelphi, magnificamente, restituisce ai nostri occhi quest’opera imperdibile: “Cina e altri Orienti” di Giorgio Manganelli è frutto del lavoro di Salvatore Nigro che ha raccolto testi in parte editi, in parte predisposti dall’autore prima della morte (1990) o altrove recuperati (postfazione a pp. 327-346). L’attualità del libro è nel suo essere non un semplice reportage, ma un’opera d’arte. Non è un caso che Lawrence Osborne sia stato pubblicato in Italia dallo stesso Adelphi, che, ormai tramontata in modo inglorioso la stella di Einaudi, rimane l’unico editore di qualità, di larghe dimensioni, nel nostro paese. La Grande Muraglia si trasforma agli occhi occidentali e stupiti di Manganelli in un’apparizione mitica e in un elemento terreno, fatto di dettagli, ricco di disegni, particolari che è l’elemento alchemico, di cui ha parlato James Hillman (“Psicologia Alchemica”, Adelphi, 2013), trasformato in scrittura. E’ linguaggio che diventa materia e poi mito. O viceversa. Le reazioni sono spesso reversibili. La prima impressione è sempre l’aeroporto. Accade nell’ultimo saggio di Jared Diamond (Einaudi, 2013) e accadeva nei primi anni settanta per Giorgio Manganelli (in questo caso tutto assume un nuova chiarezza grazie alla breve introduzione dell’autore alle Filippine di Imelda Marcos): “mi limiterò a dire che l’aeroporto di Manila è intensamente malinconico, che pare afflitto da disturbi deprimenti e lievemente indecorosi, oserei dire che la mia impressione è che abbia le emorroidi; da un punto di vista monumentale, è il primo esempio del délabré, del dilapidated, quella vocazione alla rovina, quella debolezza per il decesso, quel genio per le sobrie allusione alla catastrofe, che avrò modo di notare ripetutamente, e di gustare intensamente a Manila” .

La coincidenza degli anni dei primi scritti sull’Oriente di Manganelli con l’uscita di “Praga Magica” (1973) di Angelo Maria Ripellino non può essere una coincidenza e, se lo fosse, siamo talmente privi di significati, da scorgervi, comunque, segni, preludi e danze tra i mercati di Pechino e il “tandlmark” di Praga, a sua volta contaminati dai colori delle botteghe di Bruno Schulz. “Mi sono innamorato della Malesia, nell’unico modo possibile per puro caso, un verde coup de foudre, un’insalata afrodisiaca di giungla apparsa sotto l’aereo dopo quindici ore di volo, d’aria, di nuvole, di mare, d’isole pensose come cellule capitate in un ambiente lievemente incongeniale”. Quindi molte pagine sono dedicate a questo amore, e nel suo viaggiare tra Kuala Lumpur, Penang, Ipoh, Kota Bharu, Manganelli si concede una deviazione verso un albergo sul mare a Kuantan. E’ la sua convalescenza. Non dimentica la carne, anzi le viscere, e, precisa l’autore, un viaggio in oriente è, dopo una serie di luoghi comuni, anche un viaggio del corpo: “Le viscere sono talora di un’estrema, occhiuta avarizia; chissà che cosa credono di custodire, ad ogni modo non mollano niente, poi chissà che succede, fanno la psicoanalisi, vanno in chiesa, si ricordano dell’infanzia, e si abbandonano alla più irragionevole e inarrestabile generosità, come ricchi peccatori prossimi alla morte. Tutto ciò è estremamente imbarazzante e non giova al disteso godimento di un viaggio in Oriente. Bisogna venire a patti col proprio corpo, essere pieni di blandizie  e di comprensione, e in generale non essere insolenti”.

Tra i dettagli autoironici e l’acutezza della prosa, si insedia la poesia di Manganelli in grado di fermare il tempo e renderlo assoluto anche nell’effimere informazioni di un viaggio o di una geografia mutevole: “Malacca è un intrico di artifici, di strani giochi della morte e del caso, della brutalità e della gentilezza, dell’avidità e della bellezza; città di lapidi e di ruderi stravolti, non risuona più di furori bellici. La vicina Singapore ha fatto di lei, per sempre, una città mollemente sconfitta, che fa delle sue piaghe gli ornamenti difficili della sua grazia; forse non ha più storia; è giunta a quel punto di suprema eleganza in cui la vita passata è un catalogo di oggetti indeperibili e non più usabili”. Nella parte “Quarta” (relativa a Taiwan nel 1988), Manganelli porta il suo compagno di viaggio, il lettore, nella Taipei sospesa tra una bolla e quella successiva (si veda lo splendido “Baburu” di Karl Taro Greenfield, Instar, 1995): l’esplosione selvaggia del genio dell’autore si visualizza come un colpo di grosso calibro verso il cervello, qui la bellezza della scrittura è mescolata a una bruciante visione della realtà. Quindi vediamo Taiwan, vediamo la Cina, vediamo la famiglia di Chan Kai-shek e vediamo il marchio lacerante dove Manganelli fa indugiare il suo sguardo per pochi secondi. “Cina e altri Orienti” è trai migliori racconti di quello che è il vero “romanzo del viaggiatore”: in sintesi, il preciso percorso delle parole tra chi vede e chi legge, e la magia di annullare l’esistenza stessa di queste due posizioni.


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