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Satisfiction » César Aira, Come diventai monaca
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Recensioni Autore: César Aira / Fazi Editore / pp. 107 / € 16

César Aira, Come diventai monaca

Recensione di Rossella Pretto
César Aira, Come diventai monaca

Resta un mistero il titolo del romanzo di César Aira, Come diventai monaca, a cui Fazi regala una nuova edizione 2019 (pp. 108, € 16). Una spiegazione c’è ma, se il traduttore Raul Schenardi la svela nella nota finale, il lettore la scoprirà solo arrivando a quel punto. Ed è giusto così.

Rimane il fatto che il libro si legge in una manciata di tempo: “Una volta che cominci a leggere Aira, non vuoi più smettere”, diceva Roberto Bolaño. È vero. Perché è un gioiello e una chiave per penetrare nel regno infantile e fantastico di una bambina la cui vita si cristallizza all’età di sei anni, il giorno in cui il padre la accompagna a prendere il suo primo gelato alla fragola. Il gelato è disgustoso e lei, eccessiva e isterica, non può fare a meno di deludere quel padre “distante, violento, senza slanci di tenerezza, che sprecare l’occasione mi sembrava un peccato” e che, alla fine, deve ammetterlo: la fragola è davvero avariata. L’ammissione è un destino: in una lite furibonda egli uccide il gelataio e la bambina viene ricoverata in ospedale per una intossicazione quasi letale da cianidi alimentari. “Guardai il rosa del gelato con orrore. La commedia si affacciava alla realtà. Peggio: la commedia si faceva realtà, di fronte a me, tramite me”.

Il gelato, il padre in prigione, lei in ospedale: da qui prende l’avvio questo splendido e breve romanzo che ci lascia storditi, esitanti soprattutto sul genere della protagonista: femminile, nel suo racconto in prima persona; maschile per i genitori. Anche in questo caso la spiegazione non arriva. È una sensibilità, una percezione – tra le tante – con cui la piccola César costruisce il suo mondo alternativo fatto di voci, di fantasie e di giochi complicatissimi tramite cui azzerare la sofferenza, la solitudine, il confino cui è costretta. È tutto eccentrico, stralunato, distorto: è il suo universo paradossale. “Il mio sguardo non poteva soffermarsi sulla visione, si precipitava più in là, in un abisso, e io dietro…”.

Sono le voci a salvarla – fino a un certo punto -, quelle della radio, quelle che imbastisce sulla tela della sua memoria e che sbalza, rendendole vive, presenti pur nell’apparente assenza della sua vita di reietta: “Il dramma era cominciato nel momento in cui avevo messo piede a scuola e stava di fronte a me, intero, atemporale, io c’ero dentro e non c’ero, mi trovavo lì e non vi partecipavo, o vi partecipavo soltanto con il mio rifiuto, come un buco nella rappresentazione, ma quel buco ero io!”.

C’è però un momento tragico nella vita di ogni bambino, il momento dell’uscita da una realtà protetta e egoriferita. Coincide con il senso di ritrovata libertà, di esplorazione. Anche se in questo caso la libertà si colora di rosa (il colore del gelato alla fragola): “Quello spazio, quella felicità, aveva un colore: il rosa. Il rosa dei cieli al tramonto. Il rosa gigantesco, trasparente, remoto, che rappresentava la mia vita con il gesto assurdo di apparire, io ero gigantesca, trasparente, remota e rappresentavo il cielo con il gesto assurdo di vivere. La mia vita era la mia pittura. Vivere era colorarmi, con il rosa della luce sospesa, inesplicabile…”.

Un senso di colpa però rimane: quel rosa e quel disgusto l’hanno allontanata dal padre, hanno condannato lui alla reclusione. Forse un sacrificio è necessario per riportare tutto in equilibrio: lo sanno, i bambini, e se ne fanno carico giocando a contaminare la realtà con la commedia e viceversa. “Se papà si trovava qui per colpa mia… […] Come mai non possedevo bambole? […] Pertanto la bambola mi si presentò come un desiderio acuto, doloroso. Seguendo il mio abituale stile drammatico, mi lasciai pervadere da un discorso nostalgico, ricco di variazioni. La bambola era svanita per sempre, prima che io imparassi le parole con cui chiederla, lasciando un buco aspirante al centro delle mie frasi… Mi vidi come una bambola smarrita, scartata, senza bambina… ecco cos’ero io. La bambina che non ero. Viva, ero morta. Se fossi morta, papà sarebbe stato libero. I giudici si sarebbero inteneriti per il padre che si era preso una vita in cambio di un’altra, soprattutto se una era quella della figlia adorata, e l’altra quella di un perfetto sconosciuto. Ma io ero sopravvissuta. Mi conoscevo. Non ero più quella di prima. Non sapevo come né perché, ma non ero la stessa. Intanto, la mia memoria era una tabula rasa. Prima dell’incidente nella gelateria non ricordavo niente. Forse non ricordavo bene nemmeno quello. Forse era avvenuto in realtà un baratto di vite: quella del gelataio in cambio della mia. Io avevo cominciato a vivere con la sua morte. Perciò mi sentivo morta, morta e invisibile…”

Un libro da non farsi sfuggire: si legge in un paio d’ore scarse ma continua a riaffacciarsi ai pensieri. L’ennesimo tassello per comporre il quadro di questo prolifico scrittore (e traduttore), uno degli argentini contemporanei più importanti che, forse, non vincerà mai il Nobel.


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