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Satisfiction » Céline, Lucette e Rigodon
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Céliniana 20.12.2011

Céline, Lucette e Rigodon

di

In questa intervista del 1969 di Philippe Djian l’ultima moglie di Céline e sua fedele compagna, Lucette Almansor, tuttora vivente e custode dell’opera letteraria del marito, parla dei temi e della complessità della (ri)scrittura del romanzo Rigodon, della loro odissea dalla Germania sotto le bombe all’esilio danese, dell’ostilità di Sartre e dell’amicizia di Marcel Aymé e del suo Céline intimo.

 

Djian: Cos’è Rigodon?
Almansor: Rigodon è il seguito di Nord, poiché è terminato con la guerra. È ventuno giorni convulsi attraverso la Germania in fiamme, come dei ratti…
D: “Noi” sta a dire lei, Céline e Le Vigan?
A: No, in Rigodon Le Vigan appare pochissimo: ci ha lasciato dopo dieci giorni lasciandoci Bébert (il gatto). L’avevamo ritrovato a Baden-Baden, mezzo nudo… non sapeva dove andare, e lo prendemmo con noi. Andammo a Berlino al fine di ottenere un permesso per l’espatrio. Ci fu rifiutato. Quindi fummo inviati a Zornhof in un campo per obiettori di coscienza. Ci era stato vietato di muoverci, ma quando tutto fu bombardato, partimmo per trovare il Governo francese a Sigmaringen, per curare feriti e malati. Infine, in capo ad un anno, “tutto è esploso” allora abbiamo tentato di rifugiarci in Danimarca, Abbiamo dovuto attraversare tutta la Germania sino alla frontiera… È questo Rigodon.
D: Poiché Céline è morto qualche ora dopo aver terminato questo romanzo, quale è l’ultima immagine che ci lascia?
C: Rigodon termina con una sorta di delirio visionario; la Francia è invasa dai cinesi…
D: Per quale motivo Rigodon ha dovuto attendere sette anni prima essere pubblicato dalle edizioni Gallimard?
A: Céline non aveva avuto il tempo di ricopiare il suo manoscritto; delle parole più volte cancellate e una scrittura divenuta spesso difficile, a causa del suo braccio malandato, ci ha reso difficile il delicato problema della trascrizione.
Questo compito si è svolto in due tempi: ho innanzitutto consegnato il manoscritto ad un avvocato, il Dottor Damien, il quale si è dedicato ad un gravoso lavoro di decifrazione al quale si dedicava non appena ne aveva la possibilità; ma restava ancora da compiere un enorme e delicato lavoro. È con il Dottor Gibault che comincia la seconda fase di questa necessità; in effetti, rimaneva il problema della punteggiatura e di alcune parole che rimanevano incomprensibili. Fu soprattutto una questione di pazienza e di probità; non abbiamo cambiato, aggiunto o omesso nulla. Ma Céline mi aveva letto la maggior parte del suo libro; così abbiamo trovato alcune parole seguendo le rime… capivamo se quella certa parola cadeva bene…
D: Quando avete salvato il manoscritto di Rigodon dal vostro appartamento saccheggiato, le pagine erano ordinate?
A: Si, Céline le aveva numerate. Tuttavia abbiamo trovato qualche pagina doppia, ma non abbiamo trovato grandi difficoltà, la scelta era già stata fatta.
D: Céline aveva un metodo di composizione?
A: No, scriveva con il suo cuore, i suoi impulsi, e la sua formidabile voglia di dire qualcosa; era musicista nell’anima, e componeva come tale; disponeva le sue parole in una certa gamma per trovare la sua “piccola musica”. Spesso, rimaneva delle giornate, o dei mesi, su qualche riga. D’altronde, prima di arrivare alla versione definitiva, Céline ne aveva fatto dieci o venti che aveva gettato.
D: E questo furto di manoscritti del quale Céline ha parlato tanto? Ci si può aspettare di veder riapparire dei romanzi interi?
A: Sì. Gli sono stati sottratti almeno quattro o cinque manoscritti abbozzati, delle opere che erano al quarto o al quinto rimaneggiamento… la fine di Casse-Pipe, certamente, questo romanzo doveva essere completamente terminato, penso. Ma un gran numero di questi documenti riapparirà alla mia morte. Personalmente, mi resta una quantità abbastanza grande di lettere di Céline, può essere che le farò pubblicare, ma non nell’immediato. D’altronde, la vita, per me, non mi interessa gran che. Quello che volevo, era di finire Rigodon; è per questa volontà che ho trovato le forze necessarie a portare a termine questo lavoro.
D: Ritorniamo un po’ indietro. Rigodon racconta la vostra fuga attraverso la Germania sino alla frontiera con la Danimarca. Cosa successe dopo?
A: Céline fu incarcerato a Copenhagen, restando due anni nel braccio dei condannati a morte; il ministro della giustizia lo rilascerà dopo aver letto La bella rogna, non trovandovi i motivi necessari per trattenere un uomo in prigione. Dopo, abbiamo passato cinque anni, su consiglio del nostro avvocato, nel pieno della foresta di Klarskovgard, presso Körsor, nella neve… una miseria totale… senza acqua, senza elettricità, con il pavimento in terra battuta…un paesaggio triste e selvaggio, completamente soli. Là, Céline terminò Pantomima per un’altra volta, che aveva cominciato in prigione. In quei cinque anni, si comportò come un animale, chiudendosi in se stesso, e poi scriveva, quando ne aveva la forza. Era molto malato, aveva avuto la pellagra, perso trenta chili… ma era stato colpito soprattutto moralmente… Sapete bene che Céline esagerava tutto, ma, molte volte, la realtà era peggiore di quello che diceva… aveva due paia di guanti, mantelli all’infinito… e questo è durato cinque anni.
D: Sartre fa un omaggio a Céline in epigrafe a La nausea. Sapete cosa ha separato in seguito i due uomini?
A: Sì, come epigrafe Sartre cita una frase di Céline in La Chiesa: “Bardamu è un ragazzo che non ha nessuna importanza collettiva, è solo un individuo”. Tuttavia, nei primi tempi, Sartre ammirava molto Céline, non ho mai compreso un voltafaccia così completo da parte sua. Céline ne fu molto colpito…
D: E Marcel Aymé?
A: Ah, Marcel è stato ammirevole; è stato di una pazienza e di una devozione straordinari… Per l’appunto, in un piccolo studio che ha fatto su Céline [apparso nei Cahiers de l’Herne], Marcel dice tutta la verità. Ha parlato del vero Céline e ha detto tutto.
D: Ma Céline, l’uomo che si è dato tanti volti, che ha voluto nascondersi dietro una falsa leggenda, chi era veramente?
A: Un uomo immensamente buono. Tutto ciò che ha fatto, lo ha fatto per il bene; amava la Francia, il suo paese, amava la gente in generale… era molto più tenero di quanto ci si immagini, ma non ne faceva mostra, ed è questa la vera tenerezza… ne è morto, d’altronde… E se a volte era un po’ duro con le persone, era perché si correggessero, non per altro. Non amava distruggere, e se rompeva qualcosa, era perché quella cosa gli sembrava inutile. Voleva creare… era un artigiano, senza alcuna vanità. Era pronto ad ammirare un altro, se costui dimostrava di saper lavorare tanto quanto lui. Quello che voleva, era del lavoro; pensava che non si “scavasse” mai abbastanza in profondità per trovare ciò che si cerca. “Restano alla superficie”, diceva parlando degli altri. Un solo pensiero… il lavoro… questo lato Medio Evo… era un osservatore… non un esibizionista… amava guardare, esaminare…
D: Come un medico, no?
A: Sì, d’altronde lo scrittore proviene dal medico… questo modo di vedere le cose… Avrebbe dato la sua vita per un malato, la sua vita non contava… la vita… non sopprimere la vita. Amante della vita. La sua passione: la giovinezza; adorava i bambini, gli animali, tutto quello che è giovane e nuovo… Scriveva per la gioventù, perché sapeva bene che non poteva più aspettarsi niente dagli uomini… che non l’avevano capito. Più tardi, può essere…

da Magazine Littéraire, Hors-Série 4, traduzione Andrea Lombardi.


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