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Satisfiction » BORIS BATTAGLIA, CORTO. SULLE ROTTE DEL DISINCANTO PRATTIANO
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Inediti 23.02.2018

BORIS BATTAGLIA, CORTO. SULLE ROTTE DEL DISINCANTO PRATTIANO

Corre l’anno 1967. Un marinaio legato a due assi di legno messe in croce e abbandonato alle onde entra nella vita e nell’immaginario degli italiani. Con Una ballata del mare salato nasce dalle acque, o per meglio dire sulle acque, Corto Maltese, creatura partorita da Hugo Pratt. E da quelle tavole parte anche il lavoro che Boris Battaglia ha compiuto con Corto. Sulle rotte del disincanto prattiano, edito da Armillaria nella collana “I Cardinali”.

Con questo saggio Battaglia intraprende un’analisi dell’opera del grande autore riminese, muovendosi su differenti piani: dalla semiologia all’ermeneutica, dalla sociologia alla narratologia. Affrontando, prima di tutto, la dimensione teorica concepita da Pratt attraverso le sue tavole, e tracciando una strada innovativa rispetto a quanto fatto fino a oggi dalla critica sull’universo espressivo legato a Corto Maltese. Incominciando dalla rilettura dello stesso concetto di “letteratura disegnata” che il fumettista utilizzò – più che altro – per sdoganare la narrazione a fumetti. Sulle rotte del disincanto prattiano è un’esperienza che travalica il legame con il personaggio Corto Maltese, ed è un’imperdibile occasione di riflessione filosofica. Come dire: è pensiero di pensiero.

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Quello che, più o meno, accade in Una ballata del mare salato a uso di chi ancora non l’ha letto o non se lo ricorda.

Oceano Pacifico, novembre 1913. L’agile catamarano del capitano Rasputin è appena uscito indenne da una tempesta furiosa. Ad altri è andata meno bene. Il catamarano incrocia due naufraghi: Pandora e Cain Groovesnore, cugini rampolli di una ricca famiglia inglese. Salvati dall’equipaggio di Rasputin, il capitano pensa di ottenerne un riscatto. Poco dopo salva dal mare anche Corto Maltese, che ha perso la sua nave per ammutinamento.

Entrambi lavorano per il Monaco, un misterioso pirata che, in vista dello scoppio della guerra, vende ai tedeschi carichi di carbone che i suoi uomini hanno rubato agli olandesi. Mentre Rasputin tratta con i tedeschi, i ragazzi e Corto, rimasti nascosti a bordo del catamarano, vengono sorpresi da una nuova tempesta. Saranno poi raccolti da un sottomarino tedesco che li porterà a Escondida, l’isola rifugio del Monaco.

Dopo varie vicissitudini sull’isola, Pandora riesce a scappare con l’aiuto di Tarao che la conduce a Buranea, dove sono di stanza gli inglesi.

Una spedizione della flotta inglese, al comando di Rinaldo Groovesnore, zio di Pandora e Cain, arriverà a Escondida e la occuperà, mettendo in fuga il Monaco che nel frattempo abbiamo scoperto essere un Groovesnore e il vero padre di Pandora. Con una tavola d’addio tra le più belle della storia del fumetto, Corto e Pandora si salutano. I ragazzi tornano alla loro casa di Cape Cod, mentre Corto, Rasputin e Tarao prendono il largo su un ketch. È il febbraio del 1915.

(…)

Come la generazione degli Anni Dieci, quella uscita violentemente dalle pastoie della Belle Époque e gettatasi, purtroppo anche con entusiasmo, nella follia della Prima Guerra Mondiale, che ebbe in quella manciata d’anni la sua breve estate, così la generazione che coglie ed esprime la necessità di rinnovamento è quella di chi ha tra i quindici e i venticinque anni sul finire degli Anni Sessanta. Proprio Eric Hobsbawm, ne Il Secolo Breve citato in apertura del capitolo, sostiene questo parallelismo, che sarà poi perfettamente colto da Pratt nella Ballata del mare salato. La prima storia di Corto Maltese, infatti, si svolge tra il novembre del 1913 e il febbraio del 1915, e i suoi veri protagonisti, come vedremo, sono i due giovanissimi cugini Pandora e Cain Groovesnore. Quindi: il nuovo decennio, quello che potremmo chiamare gli Anni Settanta, comincia proprio nell’estate del ‘67.

(…)

Quando il lettore incontra Corto Maltese, a sei tavole dall’inizio, con tutti i personaggi principali della Ballata già entrati in scena, di lui sa solo le scarsissime informazioni sulla sua vecchiaia accennate, insieme a varie notizie sugli altri personaggi, nella lettera del nipote di Cain Groovesnore indirizzata all’editore Ivaldi e messa in apertura della storia. Per le attese che Pratt ha creato, Corto, quando compare, ha la stessa rilevanza degli altri personaggi. Da qui i ruoli saranno distribuiti. Però non è che nelle cinque tavole precedenti non sia successo nulla, anzi: sono state poste le basi per tutto quello che accadrà. Vediamole con attenzione.

La storia si apre con una tavola intera in cui è riportata la lettera di un certo Raul Obregon Carrenza (serie di nomi che, a indagarli, ci porterebbero a fare digressioni su Messico in Fiamme di John Reed, ma non è il caso ora, magari in un altro saggio…), sedicente nipote di Cain Groovesnore, che sostiene di avere affidato all’autore i diari di suo zio affinché Pratt ne raccontasse la storia. Un espediente narrativo abusato, da Cervantes passando per Scott fino a Manzoni; solo che Pratt lo usa in modo assolutamente originale rispetto ai suoi modelli. Tra le tante sciocchezze che insegnano alla scuola dell’obbligo c’è anche la convinzione che l’espediente del manoscritto ritrovato serva agli autori per attestare la veridicità e l’attendibilità di quanto raccontano. Gli autori, soprattutto autori di quella portata, sanno benissimo che non c’è bisogno di espedienti, che il patto sulla veridicità di quanto raccontato è stretto con il lettore nel momento stesso in cui il lettore decide di leggere la storia che raccontano. L’espediente del manoscritto serve ad altro.

Serve a costruire lo spazio in cui, rispetto alla vicenda narrata, il narratore che la sta attualizzando può intervenire con la propria riflessione critica (Manzoni, per esempio, lo fa ripetutamente in modo magistrale) senza che, almeno in apparenza, questa riflessione influisca sulla vicenda. Il giudizio etico dell’autore interviene e indirizza l’agire dei personaggi ma lo si fa sembrare, invece, solo un commento al di sopra dei fatti. Pratt, al contrario, usa la lettera in apertura per neutralizzarsi. Per impedirsi qualsiasi commento, qualsiasi intervento di carattere morale. Tutto quello che c’è da dire sulle azioni dei personaggi, su quelle di Rasputin per esempio, che viene definito ‘un maledetto assassino’, è in quella lettera. Nessuna voce narrante giudicherà ulteriormente quanto accadrà nelle tavole a venire. Infatti, nel momento esatto in cui la storia comincia, la voce che la narra è quella dell’oceano. E come si sa, l’oceano è indifferente.

(…)

La seconda cosa che Pratt ha ottenuto con la sua strategia narrativa è di avere portato il nostro sguardo in una direzione desiderante che ci avvilupperà sempre di più nella rete della Ballata. Secondo Jean Starobinski (L’occhio vivente) lo sguardo è soprattutto dispiegamento del desiderio, e quando lo rivolgiamo all’altro (come sosteneva Rousseau ne Le fantasticherie del passeggiatore solitario) non è mai indifferente.

Da quella fatidica vignetta in cui il nostro sguardo si è sovrapposto allo sguardo desiderante di Rasputin, abbandonando la direzione indifferente dello sguardo del mare, si è provocato l’irrimediabile.

Poche vignette dopo scopriremo che ciò che lo sguardo di Rasputin desidera è Pandora Groovesnore.

(…)

Se la Ballata è un racconto corale, tutti i suoi personaggi sono degli archetipi che farebbero molto piacere a Chris Vogler.

Rasputin è il guardiano della soglia, colui che regola le entrate e le uscite di scena nella storia. Lo fa anche in modo spiccio e violento. Quando dei personaggi non servono più, li fa fuori. Cranio è il messaggero, colui che riporta a tutti, sempre, le indicazioni corrette da seguire. Una specie di grillo parlante, e la volta che esagera Rasputin gli spara come Pinocchio schiaccia il grillo. Tarao è il mentore dell’eroe, non è vecchio ma è saggio. Nella lenta e dolcissima sequenza di tavole in cui porta al sicuro Pandora da Escondida a Buranea, svolge lo stesso ruolo della fata madrina per Cenerentola. Cain è decisamente l’archetipo del mutaforme, cambia a seconda delle necessità della narrazione. Il Monaco è l’ombra, il lato oscuro (non ne vedremo mai il volto), il trauma represso che, in modo quasi edipico, verrà riportato alla luce con l’agnizione finale. Scopriremo che il Monaco è Thomas

Groovesnore, il vero padre di Pandora, il fratello di Taddeus che lei crede essere suo padre, morto in un incendio causato proprio dal Monaco. E che la donna il cui amore si contendevano si chiama Margretha. Il Monaco si è votato al male per scontare la sua colpa. Più faustiano di così.

Corto, quindi, è l’eroe dimezzato, puro perché vittima sacrificale, ma che, proprio per questa purezza, non può agire. Qui si inserisce il ribaltamento ideologico cui accennavo prima, il dato sfuggito finora a tutti gli esegeti della Ballata: l’assoluta novità del personaggio Pandora


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