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Satisfiction » Bambini nel tempo
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Recensioni Autore: Ricardo Menéndez Salmòn / marcos y marcos / pp. 224 / € 15

Bambini nel tempo

Recensione di Margi De Filpo
Bambini nel tempo

Antares e Elena si amano da quindici anni: “un mondo dentro il mondo”. La casa in cui abitano l’hanno costruita insieme, un po’ alla volta. Si stimano, si completano, la stabilità della loro storia è una questione di coerenza e responsabilità. La passione iniziale, giorno dopo giorno, ha ceduto il passo al rituale della quotidianità. Ma non hanno mai dubitato l’uno dell’altro. Costruiscono con fatica il loro futuro, Antares scrive romanzi, Elena è una traduttrice. Vivono un amore concreto, solido, nel rispetto di quelli che sono i luoghi segreti dell’altro, perché “c’è un’onestà schiacciante nel rispettare i dèmoni di coloro che amiamo”. Hanno un bambino che riempie la loro casa. Un bambino che sembra essere la risposta ad ogni sacrificio, ad ogni silenzio e pericolo evitato per non interrompere l’armonia, talvolta faticosa, del loro amore. Ma il bambino muore. E la casa rimane in piedi, diventa una prigione angosciante, terribile. Antares si chiede se un giorno sarà in grado di scrivere tanto dolore. Ma Elena sembra leggere i suoi pensieri, e lo previene: se mai quel dolore sarà tanto lontano da lui da poterlo scrivere allora lo odierà per sempre.

Elena impazzisce lentamente, scivola in un mondo che riguarda solo lei, Antares non può farlo. Lui è dilaniato dal dolore della perdita, ma sente ancora la spinta a vivere e a ricominciare. Si chiede se tutto questo sia sbagliato. Forse non amava suo figlio quanto Elena perché lui, in fondo, è solo il padre, non ha mai tenuto il bambino dentro di sé. E quella sofferenza mutilata che non deraglia nella follia diventa la sua nuova perdita, la mancanza. Il castello è crollato, non ha più una famiglia, non è in grado di restituire la vita a suo figlio ma può donare l’infanzia ad un bambino che non l’ha mai avuta. Allora scrive. Inventa l’infanzia negata di Gesù, il suo amore delicato per la dolce Lavinia destinata a morire; il turbamento di Giuseppe, un padre, un altro padre come lui, che osserva suo figlio chiedendosi chi sia davvero quel bambino che non può fare a meno di amare. Raccoglie le ultime forze per creare qualcosa dal dolore, perché “l’infanzia dura poco, ma dura per sempre”.

Ricardo Menéndez Salmòn si pone molte domande, si interroga sulle parole che servono a descrivere le cose e su quelle che, “per tabù o per inerzia”, non esistono. Esistono le case, le isole, i vedovi, gli orfani, i padri, le madri, ma non esiste una parola per definire la donna che ha perso il proprio figlio. Attraverso la voce di Antares si chiede cosa significhi essere padre. Immagina la paternità di Giuseppe, uno dei personaggi più complessi e preziosi di questo breve romanzo. Prova a svelare il mistero dell’immortalità, donando al suo protagonista una nuova paternità, quella dello scrittore che insegna l’infanzia ad un bambino che non è ancora nato. È davanti al mare di Creta che le tre storie, apparentemente slegate fra loro, trovano una ricomposizione. Con una prosa elegante e perfetta “Bambini nel tempo” apre diversi scenari e li confonde, lascia che i personaggi, come le anime di un limbo, si incontrino senza mai riconoscersi. Dona un nuovo senso alla paternità, e una vita a chi non l’ha mai avuta. Un romanzo che può essere letto più volte e ad ogni lettura assume contorni diversi, e narra una storia nuova. Carico di pathos e al tempo stesso delicato, mai eccessivo, prende per mano il lettore e lo accompagna in altri paesi ed epoche, ribalta storie e leggende senza mai tradire il senso originario della Parola. E lascia una domanda in sospeso, semplice e fredda come il bacio di Antares sulla spiaggia di Creta: come può un bambino morire senza aver mai visto il mare?


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