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Satisfiction » Asfodeli e avvertimenti
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Recensioni Autore: Antonio Morelli / Editori dell’Acero / pp. 90 / €

Asfodeli e avvertimenti

Recensione di Gianluca Garrapa
Asfodeli e avvertimenti

Il nuovo libro di Antonio Morelli si chiama Asfodeli e avvertimenti. L’asfodelo è sì il fiore dell’oltretomba, ma è anche il fiore le cui foglie si rigenerano continuamente. Un libro di trasformazione questo, che a occhi inesperti e poco avvezzi alla poesia, potrebbe apparire oscuro e autoreferenziale. Nulla di più lontano dalla pratica poetica di Morelli. Egli ha diviso il libro in tre sezioni come una tesi, un’antitesi e una sintesi. Ogni poesia è costituita da versi che non superano le cinque sillabe, cadenzati come punti di colore.

Prevale l’uso delle anafore collegate alla tecnica dell’elencatio, elenco ossessivo ma non disturbante delle cose interne e di quelle del mondo, per cui ogni strofa principia con la congiunzione E, talora Ed.

La poesia di Morelli è rivolta all’altro, ai morti, ai vivi, al lettore, la cui presenza è tanto pressante, nella mente del poeta, da divenire quasi inevitabile. Egli pare erede dell’infinito leopardiano, della tenue caducità del quotidiano tipico di una grande come Dickinson.

Il mare è presente, il mare è la madre, e da questo lutto, dai lutti in generale, il poeta si emancipa e il suo lavoro è un continuo girovagare nei dintorni del vuoto, della mancanza, dell’inabissamento totale. Eppure non è mai egocentrico, lo sguardo, semmai individuale, soggettivo e rende universale la propria condizione umana. Siamo consci della lezione delle cose di Montale, ormai, ma anche nei pressi del simbolismo di Mallarmè. Siamo spesso in una stanza, una stanza tutta sua, tutta per sé, ricorda la grande sensibilità della scrittrice Virginia Woolf, stanza poetica, però, che si apre agli orti, ai colli della campagna toscana, e più in là. Poesia del desiderio che oltre l’incubo del delirio, sa trovare un proprio discorso. Ma sogno e delirio si compenetrano e il delirio non è oscuro dettato del cortocircuito mentale e psichico, ma materia prima della composizione artistica. Perché, l’essere agiti dall’altro, dalle altre voci, non è per caso condizione dell’uomo contemporaneo? Le voci di dentro che il poeta cerca di far tacere sono proprio questo abbandono totale all’altro, alla natura, agli alberi, alla pietra.

Fortini parlava di oscurità e difficoltà, opponendo la prima, distorsione incomprensibile e soggettiva, metaforica, alla seconda, metonimica, allusiva, frammentata. E si badi che metafora e metonimia sono i due assi portanti della struttura del linguaggio inconscio e della poesia di Morelli: una trasduzione dell’interiorità che non passa da alcun io, da alcuna autoreferenza, e si trasmette come energia elettrica tra poli altri. Se oscuro è, il linguaggio è solo affranto dalla luce, dalla verità.

Ed io mi sono / acquietato // albero di platano // sullo specchio del torrente: sono le strofe che concludono la prima poesia Quiete inodore, della prima sezione, Asfodeli, che accorda il tono di tutta l’opera: il poeta è altro da sé, elemento di natura, sullo specchio del torrente che scorre, che transita, il poeta è perso in ciò che vede, non è presenza ingombrante, né egocentrica. Tutta la prima sezione compone un verso dedicato all’altro, rivolto ai morti, agli invisibili, presenti, però, oltre che nei versi, pure negli odori, negli oggetti divenuti cosa, causa di ricordo: Marco, / non ci sei più… / Voglio odorare / l’oleandro / e rammentarmi, / nella giornata, / il profumo acre del geranio / presso la tua finestra: è una psicometria degli affetti. È un sovvenire continuo alla memoria, una memoria proustiana, che qui ha le sue madeleine negli allori del mattino, i boschi, i giardini. E c’è il mare, nel discorso poetico di Morelli: Annunzio / breve e forte // del mio mare // onnipossente // onnipresente. Il mare tanto amato dagli spiriti liberi, ma il mare pure inteso come madre, accogliente liquido, Thalassa che ci respira dal grembo. Il perdersi dell’io del poeta nell’ineffabile, E compongo / scrittura / di aurora, fanno di questa opera un tragitto vorticoso di ascensione, una metafisica del quotidiano, a ben vedere, che il poeta rende con parole che velano il senso svelandone la consistenza materica del suono. Sovvengono ricordi leopardiani in queste finestre dove lo sguardo si perde e le antiche / stanze / Tornano. Dove tornano, tournant, girando, dove posso essere accolti i passati remoti e funesti, per riconciliare gloria e nostalgia, se non nella scrittura? e qualora ciò non potesse più succedere, è bene ricordarlo, al lettore: E forse non tornerai / più nei miei versi. Il lettore, innanzitutto, è l’altro assoluto, il non più materiale, il presente invisibile: la morte. Ma la morte, prima di tutto, dell’io.

La poesia di Morelli non è mai autoreferenziale, mai egotica e sempre l’io-scrivente serve a canalizzare, a modulare la frequenza proveniente dai luoghi altri della percezione.

La seconda sezione, il cui titolo, Mon être mis a nu, è apparente richiamo al Baudelaire dei frammenti, mon coeur mis a nu, è in realtà, mi pare, vaporizzazione dell’io, dell’egocentrismo sempre in agguato in ogni poetica odierna, del narcisismo così debordate nelle generazioni nuove. Ma Morelli appartiene alla generazione in cui ancora era vivo il confronto, l’altro, il diverso nella sua diversità. Nella prima lirica della seconda sezione le spie a segnalare questo totale abbandono all’altro sono varie: Scrittura bianca / su carta nera / è la mia poesia // […] che confabula con l’altro, oppure, più incisivamente E sostengo il mio volto // E non sostengo / il tuo sguardo, / lettore. Si noti la ripetizione anaforica (E sostengo, E non sostengo). Tanto pesante deve essere il ruolo dell’altro, e giudicante, che la propria maschera del volto può sostenersi solo lontano dallo sguardo dell’altro. Quindi non negazione assente dell’altro, ma presenza quasi assillante. E dirimpetto ho il mare, prosegue la lirica, il mare che calma, che inebria, che accoglie. Il mare-madre.

La presenza del mare-madre è, a ben leggere, la dipendenza dall’altro: Sono colui che non è // Ed il cortile / è il mio desiderio […] // Ed il mio ponte / versa verso / altri ponti.

La ricerca dialogante dell’altro è questo desiderio, questa sfumatura mai totalmente compiuta, e il poeta non smette di cercare, di accerchiare l’altro e tessere / relazioni, e non per una sorta di solitudine, o deriva sociale che lo annienti nel solipsismo, affatto: il poeta sarebbe sterile se non donasse, come fa, la sua parola all’altro. Certo, è scandalosa questa forma di altruismo difficile, non è l’epoca adatta all’alterità: per questo egli sulla liquida superficie della società si fa barca e transito, E barca / mi faccio, passaggio che sposti, metaforicamente, e praticamente, nel luogo dell’altro: poesia per il lettore, E mi conduca all’altro / Alla mano dell’altro.

Non è solitaria contemplazione, ma critica sociale, militanza del cuore: E feroce è / il mio tempo, in questo richiamo pasoliniano (niente di più feroce della banale televisione).

La poesia di Morelli ruota intorno al vuoto esistenziale che non si può dire, come l’arte tutta: E parte / dai vuoti / E conduce / ai vuoti. Intorno alla Cosa materna si sviluppa, come ogni poesia degna di questo nome. Le parole si costruiscono intorno al vuoto di un vaso: è l’arte di un vasaio mitico che farà del suo poetare beveraggio di luce. O di pittura.

Le strofe di Morelli, in effetti, ricordano molto la tecnica pittorica del puntinismo, unità di colore e suono che paiono autonome, rapsodia che manca, però, di ogni freddezza e staticità, poiché la poesia di Morelli è mobile come le frequenti immagini riferite all’acqua, alle sorgenti, al vento, alla perdita. Scevra da ogni freddezza, la scrittura, rigorosamente penna e foglio, e solo in un secondo momento battuta sulla tastiera, non è però languida lirica, non è mai soggettiva commiserazione. Morelli lotta: Sono ferito / E non trovo / non cerco requie, è la prima strofa di una delle liriche che amo particolarmente, Ferite. Il poeta non si perde nel suo lutto, nel disastro esistenziale che riguarda ogni umano, egli va oltre, guarda il mondo che si rigenera come le foglie di Asfodelo: E mi incanto / ad ammirare / il cielo che muta / E l’albero / di fico / che gemma: egli, se anche ha in mente la morte dei cari, vede la dimensione oltremondana come passaggio, trasformazione. Vita e morte, dolore gioia: sono porti distanti, punti separati / ma pure uniti, come in quella tecnica, musicale, del puntillismo. Il qui e ora, separato dal contesto, il particolare, il soggetto, è esaltato: ma tanti qui e ora, tanti particolari, fanno della poesia di Morelli una raccolta frammentaria e coerente, allo stesso tempo, del mondo che siamo.

È alla fine della seconda sezione che l’io-poeta ‘muore’: ho composto / impietrito // la mia tomba // la sua tomba: la tomba dell’io.

Ecco, prossimi alla terza e ultima sezione, Penultime, si giunge alla sparizione del poeta dalla pagina, al suo abdicare umile dei confronti della parola che non tutto può dire: Al limite / del dicibile // Si sfronda / inesausta // E questa / è la mia essenza // (Forse assenza).

L’ultima sezione si apre con Memorando: La presenza / del mare / mi occupa / E dico / parole sconnesse, ritorna la metafora materna-marina, ricorda il ciò che bisogna ricordare. La materia che si fa serica: colmo / di penombra. Quasi un’ossessione, queste parole, queste voci: E zittire voci / che non mi / appartengono, questo delirio che come il linguaggio del sogno, genera percezioni differenti del reale, è discorso a sé stante, parole che svelano il senso del mondo per quello che davvero è: nonsenso; e il tragitto è questo incrociarsi / in strade // che hanno / il preludio / del niente.

Morelli è calato nella realtà umana, nella pochezza che pure molti uomini non considerano: Il limite / ci incontra // E ci affronta / e si scontra // E il mio orto / fiorito / all’istante / sfiora. Il poeta è albero che traduce radici in fronde, terra in cielo. La finestra, la cosa, la rosa, l’odore e l’alba: L’alterità / dell’altro.

Morelli è un outsider, non usa i social network, non scrive al pc, non ha una mail, utilizza penna e carta. Il suo è quasi un balbettio, un vagito prima del linguaggio, un rinnovato stupore. Nel vertiginoso girotondo dell’avventura che si alterna alla sventura egli si colloca eroicamente, accetta la responsabilità di essere mondo intorno al vortice della Cosa, del vuoto divorante, nell’ultima lirica lo scrive senza mezzi termini: E la mia missione / è in questo / girotondo // Ed in tal modo // M’inebrio / e canto… // E canto / ed è la fine.

Buona lettura!


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