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Satisfiction » Artur Cravan inedito. Grande trampoliere smarrito
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Inediti 17.12.2018

Artur Cravan inedito. Grande trampoliere smarrito

Arthur Cravan fu poeta, scrittore, pittore, critico d’arte, conferenziere e pugile (ma, secondo Blaise Cendrars, anche scassinatore, raccoglitore di arance nelle piantagioni della California, pescatore di merluzzi al largo di Terranova, conducente di taxi e ricattatore: tutte occupazioni che Cravan intraprese e quindi abbandonò perché attratto, come scrisse lui stesso, dalla « meravigliosa vita del fallito »).

Così Edgardo Franzosini, curatore di questo Grande trampoliere smarrito – uscito da Adelphi (traduzioni di Maurizia Balmelli e Nicola Muschitiello) – tratteggia il profilo dello scrittore Artur Cravan. Un uomo di circa due metri di altezza per cento chili di peso, in grado di incrociare i guantoni con pugili del calibro di Jim Smith e Jack Johnson, che ebbe un’influenza decisiva su artisti come Marcel Duchamp e Francis Picabia e, più in generale, sul dadaismo. Naturalmente, questa descrizione non può dare conto della complessa varietà di aspetti che compone la figura di Cravan che fu anche unico editore – direttore – redattore della rivista Maintenant!, poeta, sedicente nipote di Oscar Wilde e autore di una biografia breve quanto movimentata, per scomparire all’età di 31 anni. E, anche le circostanze della sua morte rimangono avvolta dal “mistero”. Non si sa, infatti, se sia scomparso nel Golfo del Messico in tempesta, annegato nel Rio Grande, ucciso dalla polizia di frontiera messicana o pugnalato in una palestra.

Grande Trampoliere smarrito, che unisce testi inediti, poesie e lettere, ha il merito – prima di tutto – di far balenare di volta in volta, grazie al lavoro certosino di Edgardo Franzosini, i molteplici aspetti della personalità di Cravan. Tra i testi raccolti, le lettere d’amore, che vergava e inviava contemporaneamente a tre donne diverse, ma anche gli scritti dedicati a Oscar Wilde e André Gide, e lo sferzante Il Salone degli Indipendenti, “dedicato” ai pittori a lui contemporanei:

Ce n’è di falsi Roybet, falsi Chabas, falsi primitivi, falsi Cézanne, falsi Gauguin, falsi Maurice Denis e falsi Charles Guérin. Quei cari Maurice Denis e Charles Guérin! Quanto vorrei assestargli un bel calcio nel sedere. Ah! Santissimo Iddio!

Prezioso anche lo scritto intitolato Poeta e pugile, in cui Cravan racconta Cravan in una cronaca che si trasforma in flusso poetico.

Paolo Melissi

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Poeta e pugile

Uhiaiaia! Mancavano trentadue ore alla mia partenza per l’America. Di ritorno da Bucarest, ero a Londra da soli due giorni e avevo già trovato l’uomo che faceva al caso mio: mi avrebbe pagato tutte le spese di viaggio per una tournée di sei mesi, senza assicurazione però! Ma di questo me ne fregavo. E poi, non volevo mica tradire mia moglie!!! E che diamine! E poi, non indovinerete mai quel che dovevo fare: dovevo combattere con lo pseudonimo di Mysterious Sir Arthur Cravan, il poeta dai capelli più corti del mondo, nipote del Cancelliere della Regina, naturalmente, nipote di Oscar Wilde, rinaturalmente, e pronipote di Lord Alfred Tennyson, ririnaturalmente (sto diventando intelligente). La mia specialità era una cosa completamente nuova: la lotta tibetana, la più scientifica mai conosciuta, ben più tremenda del jujutsu: una pressione su qualsiasi nervo o tendine e paf! l’avversario [che non era pagato (giusto un filino)] crollava come fulminato! C’era di che morir dal ridere: uhiaiaiaia! senza contare che poteva rivelarsi una miniera d’oro, perché avevo calcolato che se la faccenda girava bene avrebbe potuto fruttarmi qualcosa come 50.000 franchi, il che non è da disprezzare. In ogni caso, era sempre meglio del trucchetto dello spiritismo che avevo cominciato a mettere su.

Avevo diciassette anni ed ero gasato e rientravo ad annunciarlo alla mia dolce metà che era rimasta in albergo, sperando di cavarci qualcosa, in compagnia di due minchioni dalla ciccia annoiata, una specie di pittore e un poeta (e baciami il culo, faccia di mulo) che mi ammiravano (come no!) e mi avevano tediato per quasi un’ora con le loro chiacchiere su Rimbaud, il verso libero, Cézanne, oh là là! Renan, credo, e non so più che altro. Trovai la signora Cravan sola e le raccontai quel che mi era capitato, e intanto facevo le valigie, perché non c’era tempo da perdere. Piegai in quattro e quattr’otto i calzini di seta da dodici franchi il paio che mi rendevano simile a Raoul le Boucher e le camicie ancora intrise d’aurora. La mattina, concessi la mia verga iridata alla mia legittima sposa, le diedi poi cinque fresche astrazioni da cento franchi l’una e andai quindi a fare la mia pipì da cavallo. La sera, suonai qualche zumpalallà sul violino; baciai il bigoletto al mio bebè e feci caro caro ai miei bei mocciosi. Poi, aspettando l’ora della partenza, e sempre con il pensiero alla mia collezione di francobolli, misurai l’assito coi miei passi d’elefante e dondolai la mia splendida zucca respirando il profumo delle scoregge, così commovente e diffuso. Le sei e un quarto. Vrum! Giù per le scale! Saltai su un tassì. Era l’ora dell’aperitivo: la luna immensa quanto un milione somigliava tanto a una pillola ingerita contro lombaggini atroci. Avevo trentaquattro anni ed ero una pertica. Avevo piegato i miei due metri nell’auto, dove le mie rotule sporgevano come due mondi vitrei e sul selciato che diffondeva i suoi arcobaleni scorgevo le cartilagini granata incrociare le bistecche verdi, i vari tipi di oro sfiorare gli alberi dai raggi cangianti, i nuclei solari dei bipedi fermi, e infine, con frange rosa e chiappe dai panorami sentimentali, i passanti del sesso adorato e ogni tanto, tra i rompiballe focosi, vedevo anche comparire fulgide fenici. Il mio impresario mi aspettava, come stabilito, al binario otto della stazione e subito ritrovai con piacere la sua volgarità, la sua guancia che avevo già assaggiato come vitello con le carote, i suoi capelli che sprigionavano giallo e vermiglio, il suo cervello di coleottero e, accanto alla tempia destra, un brufolo di un fascino unico così come i pori raggianti del suo cronometro d’oro. Scelsi un angolino nella vettura di prima classe e mi ci sistemai comodamente. Cioè, ci appoggiai le mie clave e allungai le gambe nel modo più naturale. E sotto il mio cranio d’aragosta azionavo i miei bulbi oculari da Campione del Mondo per vedere tutte quante le persone, quasi per caso, quando scorsi un signore, notaio o farmacista, che puzzava come un portinaio o un pellicano. Uhm, uhm! la cosa mi piaceva: i suoi sentimenti si sviluppavano come in un erbivoro, mentre seriamente mi ricordava la sua faccia il tempo in cui dormivo nell’intimità col mio grosso attrezzo e, credetemi, in una specie di realissima adorazione e d’altra cosa difficile da spiegare in presenza del madreperlaceo egoista, che imbottigliavo col mio sguardo atlantico, ammiravo come un pezzo sacro l’avambraccioe il ventre paragonavo al richiamo dei negozi. Biglietto, prego! (…)


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