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Satisfiction » Antonio Steffenoni anteprima. La bella famiglia
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Inediti 06.12.2018

Antonio Steffenoni anteprima. La bella famiglia

Uno scorcio serale di via Sant’Andrea ed è subito Milano. Sin dalla fotografia di copertina il nuovo romanzo, purtroppo postumo, di Antonio Steffenoni ci introduce tra le vie di un Quadrilatero dove è di moda la morte. Steffenoni attraverso la voce narrativa di Ernesto Campos, commissario che è alter ego letterario di Steffenoni, ci porta nei luoghi oscuri di un’alta borghesia milanese che vive di atroci perché silenti delitti non solo interiori. Steffenoni, con l’eleganza che l’ha sempre contraddistinto, ci porta nel giorno dell’Immacolata, quando in questura arriva la notizia del ritrovamento di un cadavere in un palazzo storico di piazza Sant’Ambrogio. È Dario Sciariada, figlio maggiore di un uomo ricchissimo. Le indagini si concentrano sul mondo che ruota intorno al vecchio uomo d’affari, e procedono sotto l’occhio attento del questore Galimberti e del commissario Ernesto Campos. È presto evidente che i membri della famiglia hanno intrecciato, nel tempo, legami all’interno dei quali il denaro ha molta, troppa, importanza. In una Milano silenziosa, coperta di neve, Campos racconta in filigrana una borghesia dove il danaro ha sostituito la buona creanza, dove la falsità ha sostituito l’eleganza, dove la nobiltà è soltanto una eco lontano.

Il tutto scritto con lo stile da gentiluomo che ha sempre contraddistinto Antonio Steffenoni, l’ultimo vero gentiluomo tra gli scrittori italiani. Mi sia consentita una nota personale. Ho fatto molta fatica a scrivere questa recensione, l’ho fatto con le lacrime agli occhi, appoggiandomi ad un certo punto alla trama come una ultima stampella. Antonio Steffenoni è stato per me un amico raro, molto raro. Ricordo ancora la sua voce, così simile alla mia ma di più, il suo incedere elegante in cappotto di cammello, la sua delicatezza d’animo, così rara, la sua velocità di pensiero, che l’ha portato ad una vita tra la passione per la scrittura tra narrativa e mondo pubblicitario. Antonio Steffenoni è stato un grande amico. Un uomo e un artista che tutti dovrebbero aver conosciuto. Potete farlo attraverso questo romanzo che dentro porta anche la malinconia beffarda di Antonio Steffenoni e del suo alter ego Ispettore Campos. Mi manchi Arrigo, così ti chiamavo, non so perché. Ti vedo nella tua via Solferino, che te ne vai di spalle alzando il bavero perché adesso fa freddo e lasciando una nuvola di fumo che avvolge la tua chioma argentata. Mi dici sottovoce e girandoti l’ultima volta “Amico, ehi, non piangere”. Come mi aveva detto tante volte quando magari veniva con me all’Istituto dei Tumori per leggere fiabe ai bambini. Lo ricordo così. Eravamo appena usciti dai bimbi e in una Lambrate che sembrava finalmente Milano, tra il nebbione, il nebiun, sorridevamo nel pianto tutti dipinti in faccia da quei bimbi. Molti non avrebbero visto il domani. Lo ricordo così Antonio Steffenoni, Arrigo come lo chiamavo io senza un perché e lui rideva, rideva e mi guardava come si guarda ad un figlio che è una peste ma a cui perdonare tutto. Perché Antonio Steffenoni, Arrigo, una cosa mi ha insegnato: a perdonare. Ed è lo stesso insegnamento che ci regala in questo suo romanzo. A perdonare. E tra omicidi e ispettori e questura e una milano bene che di bene non ha più nulla è il miglior regalo che potesse fare a noi lettori. Mi alzo il bavero del cappotto. Attraverso via Solferino pronto anche io ad immergermi nella nebbia. Esce una nuvola di fumo, tossisco ma per una volta sorriso. Ciao Arrigo, ti voglio tanto tanto bene.

Gian Paolo Serino

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Era sfinito, e amareggiato, come ogni volta di fronte alla confessione di un omicida. Era un senso di vuoto, di solitudine, un dolore, il peso di una responsabilità indigesta. L’uomo era crollato pochi minuti prima, all’alba della domenica, nel suo ufficio in Questura, dopo un interrogatorio di quindici ore. A deciderlo a parlare era stata una mossa inaspettata con la quale Pazzi, quando sembrava non esserci più speranza di strappare una confessione, si era trasformato, da inquisitore a inquisito. Con una capriola imprevedibile, era riuscito a identificarsi con l’individuo che stavano martellando di domande. Come se riuscisse a fondersi con lui, a penetrare nel suo corpo e nelle emozioni che, tre giorni prima, lo avevano spinto ad accoltellare la moglie in mezzo alla strada, in una traversa di viale Monza, attorno alla mezzanotte, mentre quella, dopo aver parcheggiato l’auto, si dirigeva verso il portone di casa. Il marito la teneva d’occhio da giorni, spinto dalla soffiata malevola di un vicino. L’aveva vista incontrare l’amante e entrare in un bar di via Cusani. Con una precisione sbalorditiva, Pazzi aveva immaginato quello che l’uomo aveva provato in quei momenti, aveva ricostruito il lento trascorrere delle ore, sotto la pioggia debole di dicembre, durante l’appostamento fuori dal locale dove i due amanti civettavano. Il dolore, la rabbia, la disperazione che riempivano la ricostruzione di Pazzi avevano sconvolto la mente del povero Amedeo Scalza. Stravolto dalla stanchezza, dalla tensione, dallo stupore di fronte all’esattezza con la quale Pazzi ricostruiva i sentimenti dolorosi che avevano attraversato il suo cuore, non aveva retto. Aveva fatto sì con la testa e, con le lacrime che gli scendevano sui baffi e sulla bocca, aveva detto “Sì, l’ho ammazzata così”.

Finito l’interrogatorio, affidato l’uomo a Stragapede che ne avrebbe trascritto la confessione, offrendo una sigaretta a Pazzi, gli aveva chiesto:

“Come hai fatto a immaginare con tanta precisione, me lo spieghi?”

Con un sorriso complice, Pazzi aveva risposto: “Vuole che confessi la verità, commissario? Non ne ho la più pallida idea!”. “Secondo me, la tua è solidarietà maschile.”

In Questura si sapeva qual era il pensiero di Pazzi in fatto di donne. Era nota la sua Suddivisione Generale dell’Universo Femminile in gironi. C’era il girone delle single, pronte, di fronte al minimo stimolo, ad abbandonare la condizione di single. C’era il girone delle mogli, sempre disponibili a correre rischi pur di avere una relazione stimolante, extra-moenia, come amava dire. C’era quello delle ex mogli, esemplari di un genere spietato, pronte a tutto per trasformare la vita degli ex mariti in un inferno. E c’era il più temibile, il girone delle ex-mogli-ex-belle, donne mosse non soltanto dal risentimento nei confronti dell’ex coniuge, una volta amato e trasformato, dopo la separazione, in un emerito stronzo, ma anche dal rancore nei confronti della natura che, con il passare degli anni, ne aveva appannato l’avvenenza e che decidevano di sommare i due risentimenti e di scagliarli contro un unico bersaglio: l’ex di turno. Pazzi aveva precisato: “Solidarietà è una parola grossa che, in quanto poliziotto, lei mi insegna dottore, non mi posso permettere. Diciamo che ho cercato di interpretare i sentimenti di quel disgraziato e di non farlo sentire troppo solo di fronte a ciò che aveva combinato”. Poi, in silenzio, ognuno aveva fumato la propria sigaretta. Finché era arrivata la telefonata che apriva il caso Sciariada.


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