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Satisfiction » Antoine Volodine inedito. Breughel chiama Clementi
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Inediti 09.04.2018

Antoine Volodine inedito. Breughel chiama Clementi

Antoine Volodine è lo pseudonimo di uno scrittore francese che non ama parlare di sé e della cui vita si sa molto poco: sarebbe nato nel 1949 a Lione o nel 1950 a Chalon-sur-Saône. Ha insegnato russo per molti anni all’università e tradotto testi dal russo. L’opera di Volodine sfugge a ogni classificazione e delinea un universo romanzesco singolare, situato sotto il doppio segno dell’onirismo e della politica. Una letteratura di prigioni e di sogni, alla quale Volodine stesso ha dato il nome di post-esotismo. Questo termine è nato come un semplice marchio di indipendenza, di estraneità al mondo ufficiale, ma è poi divenuto un complesso e affascinante edificio letterario, popolato da una molteplicità di autori alla cui reale identità non è possibile risalire. Accanto al nome di Volodine – con il quale sono firmati numerosi libri per le edizioni Denoël, Minuit, Gallimard e Seuil – figurano gli eteronimi: Elli Kronauer, Manuela Draeger (nella loro produzione, anche libri per ragazzi editi da L’École des Loisirs), Lutz Bassmann (per Verdier). I narratori del post-esotismo sopravvivono al margine di una società chiusa e ostile, sostenitori di un’utopia egualitaria estremista, generosa, sempre sconfitta, alla quale segue la disfatta fisica e morale, la prigione, l’oblio, la morte. Spesso i protagonisti dei loro libri sono anch’essi scrittori: all’interno del romanzo compongono un ulteriore romanzo, trasmettono il corpus sovversivo e clandestino delle loro opere, discutono criticamente, inventano nuovi generi letterari. Conducono in questo modo un oscuro combattimento contro la realtà, attraverso la tensione del prendere la parola. La scrittura assume allora una postura militante, è un gesto di lotta destinato a lettori considerati come complici, ai quali vengono inviati messaggi criptati. Le parole che i narratori pronunciano o affidano alla carta generano una sorta di ponte verso universi onirici finalmente abitabili: rappresentano dunque un rifugio, costituiscono una tecnica di sopravvivenza. Ed è proprio attraverso questa fuga dalla realtà nella costruzione intellettuale – letteraria o ideologica – che la realtà stessa viene svelata nel suo essere laida e manipolata.

Lucia Emilia Stipari

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Breughel chiama Clementi mormorio

Quando tutto ci era stato tolto, anche le maschere, ascoltavamo le musiche di Clementi. Eravamo finiti nelle discariche o in prigione, eravamo sepolti nelle ceneri fino all’oblio, ed enumeravamo i morti: Maria Schrag, Siegfried Schulz, Inge Albrecht, la comune Katalina Raspe, il commando Verena Goergens, Infernus Iohannes, Breughel, la comune Ingrid Schmitz e molti altri. Non restava altro, tra i poeti della sovversione, che ombre. Fuori, i padroni spedivano i loro cani a frugare le rovine che avevamo abitato, e ordinavano ai loro clown di imbrattare odiosamente le parole da noi pronunciate nel cuore delle fiamme. È in questi momenti di sconforto che avvertivamo il bisogno di udire un’eco di quel che erano state, anticamente, le nostre esistenze. Ci riunivamo con difficoltà, a tentoni, insieme attraversavamo di nuovo le prime oscure prove dell’oscurità, a rischio della nostra memoria le percorrevamo, strade polverose, macerie, lente paludi di fuliggine e, infine, ritrovavamo la strada per il rifugio e ne spingevamo la porta. Nelle loro orbite vuote, sotto le palpebre o al di sopra, alcuni sopravvissuti spiritosi ponevano delle pietre grigiastre, dei ciottoli arrotondati, con l’idea di inscenare in questo modo un simulacro disperato di coraggio. Pieni di affetto ci prendevamo per mano fino alle tenebre, poi ci ammassavamo in fondo alla cantina, in armonia trasfusa di affetto. A intervalli, per segnalare agli altri la loro posizione, quelli che avevano dei ciottoli li toglievano dal loro alloggiamento e li battevano tra loro, dicendo: Siegfried Schulz chiama Clementi, rispondete, oppure: Katalina Raspe chiama Clementi, rispondete. Ogni tanto la porta del locale si apriva bruscamente, i cardini cigolavano, l’anta sbatteva contro il muro. Noi ci zittivamo. Una torcia balenava nel vuoto denso, in cerca di clandestini o scritti proibiti. Poiché in nulla eravamo dissimili dai detriti, gli inquisitori non rilevavano la nostra presenza e la porta si richiudeva. Restavamo vigili per un’ora o due, poi qualcuno tra noi riprendeva, dicendo: Breughel chiama Clementi, rispondete. Allora, nel mezzo del nero, la musica nasceva, molto intensa, facendosi gioco dei confini organici e penetrando in ciascuno ora dall’interno del locale, ora dal riparo dei nostri crani. Mormoravamo un pugno di frasi terribili, proferite un tempo dai monaci dell’autunno e dai dissidenti, sussurravamo canti di angoscia della comune Ingrid Schmitz, poi ci rannicchiavamo più stretti ancora nei nostri involucri. La musica di Clementi prestava la sua architettura alle nostre forme, la musica di Clementi ricomponeva ciò che di noi era stato distrutto e insudiciato, le nostre infanzie smembrate e insudiciate, i sogni che gli animali dei padroni o i clown ufficiali dei padroni avevano distorto e insudiciato.

Lasciandoci trasportare dai ritmi, più ermeticamente ancora ricominciavamo a esistere nei nostri involucri. Ora ci tenevamo per i polpastrelli, per la carne dei palmi delle mani e per il ricordo, d’un tratto inaccessibili e immobili, invincibilmente danzanti, in sciarpe di fuoco, striati di nero nelle nere trasparenze del fuoco, d’immagine in immagine erranti e da un sogno all’altro, esiliati, mascherati da uccelli di pietra, da aquile di sangue, sempre vestiti di brandelli, sopiti fino a perdere il fiato, mendicando, fuori da ogni durata, avventure e combattimento, poi di nuovo sottomessi alla durata, di nuovo altrove, tremando di bellezza, infinitamente commossi. Un fenomeno si produceva, che noi chiamavamo travoltamento o onda di volta e per il cui tramite, a partire dalla musica, ci era permesso accedere ai medesimi universi onirici dischiusi recitando i poemi. Ci meravigliavamo di poter rifare il viaggio che, per amicizia nei nostri confronti, in solitudine e violenza, avevano compiuto gli uomini e le donne di cui umilmente desideravamo onorare il cammino. La musica di Clementi resuscitava le loro tracce e infondeva la forza di dirle. A volte mi alzavo in piedi nelle tenebre del rifugio, urtando contro quelli che erano sopravvissuti ma non si muovevano, prestando orecchio a ciò che continuava a rumoreggiare e persisteva all’infinito, il bilanciere di un oceano nella testardaggine delle nostre teste, il respiro di un narratore nel silenzio delle nostre oscillazioni ossee. Mi alzavo, battevo l’uno contro l’altro i ciottoli irritati dalle lacrime, andavo ad aprire la porta. Era buio. Desideravo continuare la lotta, ora che la musica mi aveva istillato energia a sufficienza per lottare e per continuare. Verificavo che sulla strada non passasse nessuno, mi sedevo davanti alla porta, restavo là a lungo, seduto o accovacciato. Brutalizzavo di nuovo i ciottoli e lasciavo la mia voce colare, dicendo: Breughel chiama Clement, rispondete, oppure: Qui Breughel, è buio pesto, rispondete.

Traduzione di L.E. Stipari con R. Adèle


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