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Satisfiction » ANTEPRIMA Sandrine Collette , Dopo l’onda
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Inediti 10.07.2019

ANTEPRIMA Sandrine Collette , Dopo l’onda

Non è un libro facile, Dopo l’onda, della pluripremiata autrice francese, Sandrine Collette, già vincitrice del premio Landerneau 2016, edito in Italia da Edizioni E/O (con la traduzione di Alberto Bracci Testasecca). Le Parisien’  lo definisce «un romanzo sconvolgente sull’amore, la famiglia, e le scelte impossibili». Più che un libro è una tempesta. La stessa che sconvolge la vita di una famiglia. Mentre un’onda gigantesca rade al suolo il mondo intero, una casa in cima ad una collina, resiste. E’ questo il panorama che si presenta davanti al lettore che si ritrova, a sua volta, circondato dall’acqua scura e rabbiosa, che minaccia le vite dei protagonisti. Bisogna partire verso le terre alte, lì troveranno aiuto. Ma sulla barca non c’è posto per tutti, e bisognerà fare una scelta. Un romanzo incredibile e terrificante, che mette alla prova, e prosciuga di ogni forza. Una storia di audacia e di decisione, e soprattutto, di quell’amore strano, di quel legame ruvido ma duraturo, che sopravvive alla catastrofe, quello per la propria famiglia.

 

Ne pubblichiamo un estratto in anteprima:

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Nella grande casa c’era sempre un rumore che all’alba, uno dopo l’altro, li svegliava col sorriso. Si sentiva un buon odore di caldo e di abbrustolito. Ogni mattina, da quando c’era stato lo tsunami, Madie preparava il pain perdu con le pagnotte rafferme di cui avevano fatto provvista. (…) Poi Madie aveva decretato che bisognava economizzare il cibo e che la legna andava tenuta per la vecchia cucina economica tirata fuori in fretta e furia dal fienile in cui stava ammuffendo, e il terzo giorno non aveva più dato ai bambini il permesso di cucinare le loro frittelle mosce. Quel terzo giorno, del resto, aveva sancito l’ora delle restrizioni. Madie si organizzava. Era un assedio, diceva, il mare li circondava, dovevano resistere. Pata e i grandi avevano già cominciato a mettere da parte i barattoli di conserva, vasi e bottiglie che avevano trovato nei più nascosti recessi degli armadi, ma fino a quando sarebbero rimasti sull’isola? L’oceano che continuava a ruggire rendeva impossibile la fuga, a meno di non pagarne un prezzo che non osavano nemmeno immaginare, quindi rimaneva solo la necessità di sopravvivere un giorno dopo l’altro sulla montagnola sperando che la casa reggesse. Il mare si sta calmando, mormorava Pata, e Madie si domandava cosa avesse il suo uomo nella testa, perché a occhio nudo non si vedeva nessun acquietamento, almeno per quanto ne sapeva lei, e non lo notavano neanche i figli, che la guardavano con un’aria interrogativa alla quale lei rispondeva facendo spallucce. Eppure, nonostante il razionamento deciso dalla madre, al momento del risveglio c’era sempre un profumino buono. Quando Madie non era dell’umore giusto per distribuire zucchero o vaniglia bastava che facesse abbrustolire le focaccine che fungevano da pane, una semplice scottatura sulla cucina economica e l’odore riempiva la stanza, si infilava in corridoio, saliva al piano di sopra fino alla soglia delle camere. Sì, Louie avrebbe ricordato a lungo quelle mattine, quelle albe che ogni volta gli stimolavano le papille gustative e lo spedivano dritto in cucina come posseduto da un incantesimo. Fino al tredicesimo giorno.

Neanche quello avrebbe più dimenticato. Era cominciato nello stesso modo di un mattino normale, ma non era un mattino come gli altri: in casa non c’era alcun odore. (…) Fuori l’acqua non si è mossa. Tutt’al più è salita ancora un pochino, ma non si vede, non nello sguardo di Louie né in quello di Noè né nell’unico occhio di Perrine. Non c’è posto. Sono in piedi di fronte al mare. Hanno visto tracce di passi intorno al pontile e capito che era vero. Del resto la barca non c’è più. Fra un po’ rientreranno in casa e rileggeranno decine di volte il biglietto che Madie ha lasciato per loro sul tavolo. Al momento scrutano l’orizzonte con tutte le loro forze. Se potessero intravedere la barca da qualche parte, anche lontanissima, si tufferebbero in acqua per raggiungerla, ma ci sono soltanto i giunchi e gli arbusti sparsi di ogni giorno. Per giunta hanno la vista offuscata. Dalle lacrime, naturalmente. Noè si inginocchia per primo. Chiama la madre. Perrine si siede accanto a lui, lo abbraccia. Louie si aggiunge a loro. Si compattano, si stringono le mani fino a farle diventare bianche per l’energia che mettono a promettersi in silenzio di non lasciarsi mai. Tre esserini che piangono guancia contro guancia, singhiozzando parole che il vento porta via. Hanno paura. Si domandano chi sarà il primo a chiedere perché i genitori li hanno abbandonati. In realtà l’hanno capito leggendo la lettera che ha disfatto i loro volti e fermato i loro cuori, ma è un altro l’interrogativo che li assilla e che non riescono a formulare: perché loro tre? «Perché non gli altri?». È stato Noè a dirlo. «Non lo so» mormora Louie per primo. Perrine tira su col naso senza staccare gli occhi dall’orizzonte, come se non volesse rischiare di non vedere i genitori sul – la barca in mezzo all’acqua. La sua vocina chiara dice la stessa cosa:

«Non lo so».

«Abbiamo fatto qualcosa che non dovevamo?». Silenzio. Forse ci pensano sopra. È ancora Noè a parlare.

«Perché io sono troppo basso, Louie ha una gamba malata

e Perrine un occhio solo, è per questo che ci hanno lasciato? Perché non ci volevano bene?». Gli altri due rispondono in un soffio nello stesso momento.

«No» dice Perrine.

«Sì» dice Louie.


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