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Satisfiction » Andrea Di Consoli. Il vero milanese non fa l’happy hour. Intervista postuma (quasi inedita) al compianto Tommaso Labranca
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Inediti 27.04.2018

Andrea Di Consoli. Il vero milanese non fa l’happy hour. Intervista postuma (quasi inedita) al compianto Tommaso Labranca

Spesso – troppo spesso – mi mancano gli amici che non ci sono più. Stamattina ripenso con nostalgia a Tommaso Labranca, che ci lasciò poco meno di due anni fa. Nel 2010 lo intervistai per “Il Riformista”. Non dimentichiamolo. Abbiamo ancora bisogno della sua intelligenza geniale e originale. 

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Incontro lo scrittore Tommaso Labranca all’Hotel Clodio di Roma, dov’è alloggiato in attesa di un’ospitata televisiva alla Rai (è appena uscito il suo nuovo romanzo, Haiducii, pubblicato da Excelsior 1881).
E’ una domenica sera d’agosto, e la città è semideserta e quieta; anche l’albergo è semivuoto, al punto che le luci del salottino non si accendono, ragion per cui ci mandano al sesto piano, sul terrazzo stupendo, anch’esso al buio, però abbiamo mezza Roma davanti ai nostri occhi. La lunga intervista la facciamo nell’oscurità, appena illuminati dalla luce del monitor del mio computer acceso, e davvero non mi era mai capitato di ascoltare qualcuno così a lungo senza poterlo guardare negli occhi.


Tommaso Labranca, che è nato a Milano nel 1962, è uno scrittore leggendario, di quelli che il pop, la cultura bassa, la tv, la musica, la radio, l’underground, la periferia, il postmoderno, ecc., li hanno conosciuti per davvero, e non per intellettualismo o per snobismo alla rovescia, ma per amore di realtà, per totale assenza di moralismo, per indole fraterna nei confronti del marginale.


In Tommaso Labranca scopro anche una fortissima milanesità, eppure le origini di Labranca sono meridionali, anche se di queste origini ogni traccia sembra cancellata: “Mio padre venne a Milano nel 1958, mia madre nel 1960. Erano di Margherita di Savoia, in provincia di Foggia, ma non sono mai più tornati al Sud. L’unica volta che ci tornammo fu nel 1997, per un matrimonio. A casa nostra non c’era il mito delle origini, o il lamento nostalgico. A Milano i miei ci stavano bene, anche perché appena arrivati trovarono casa a Porta Romana, dove di meridionali ce n’erano pochi, e quindi furono subito adottati dai milanesi. Mio padre aveva un distributore di benzina, mia madre era una casalinga. La verità è che io amo il nord. In questo periodo, tanto per fare un esempio, sto studiando l’islandese. Quindi vivo una specie di deriva polare. E mi dà molto fastidio la rivalsa meridionale, questo cliché di un sud buono e di un nord cattivo. Il Nord è molto più popolare e povero del Sud, a parte i Berlusconi e i Tronchetti Provera”.


Quando gli chiedo quale sia il suo luogo dell’anima, Labranca mi risponde senza esitazioni l’Insubria (tra alto Varesotto, Val d’Ossola e Canton Ticino), e mi elogia i paesini puliti e ben tenuti di quei posti, anche se ogni terra, a suo dire, è sud di un qualche nord che si crede migliore, ché i ticinesi odiano i comaschi, gli svizzeri tedeschi odiano i ticinesi, i tedeschi odiano gli svizzeri tedeschi, e così via, fino ad arrivare nel Madagascar. La perfezione, ovviamente, spetta solo alla Germania, e Labranca un po’ ce l’ha, il mito della Germania: “Sai quando mi è nato il mito della Germania? Nel 1987, ascoltando la terza sinfonia di Beethoven. A quel punto mi sono messo a studiare il tedesco, tanto che oltre che dall’inglese e dal francese, ho tradotto un sacco di libri dal tedesco, ma non romanzi o saggi, ma manuali tecnici. Una volta ho tradotto una manuale tedesco di chirurgia ossea. Non ti nascondo che mi piace un sacco, tradurre questo tipo di libri”.

La formazione di Labranca avviene nella Milano degli anni ’80, e quindi non posso non chiedergli qualcosa su quel periodo. Gli chiedo anche di dirmi due figure degli anni ’80 che gli sono rimaste impresse tra le tante, e la risposta di Labranca è spiazzante: “Sicuramente Cesare Zucca, art director dell’Emi, quello che ha lanciato Alice. Stava nella casa di fronte alla mia. Lo guardavo uscire col codino e sognavo i viaggi che faceva a Los Angeles. Ovviamente pochi lo sanno, chi sia questa benedetto Zucca. Ma per me è stata una figura leggendaria, tanto che quando l’ho conosciuto per caso, nel 2006, mi sono inginocchiato, e a lui non è sembrato vero di essere il mito di qualcuno. Un altro personaggio di quegli anni che mi è molto simpatico è Johnson Righeira. Ogni tanto lo incontro a Torino, dove fa il deejay. Gli anni ’80? Dopo gli anni ’50 sono stati i migliori anni di Milano. Si facevano cose straordinarie. Penso alle rassegne di cinema che Gabriele Salvatores organizzava per Pillitteri. Poi è vero che i socialisti rubavano, ma loro prendevano due e alla città davano quattro. Ma ogni volta che lo dico mi sparano addosso”.


L’Italia è cambiata davvero, secondo Labranca, con la trasmissione Quelli della notte (1985) di Renzo Arbore, perché da quel momento in poi ognuno è stato libero di dire quello che voleva, anche le sciocchezze. E i paninari? Chi erano davvero i paninari? Labranca sospira: “I paninari erano una ventina di ragazzi della Milano bene che si davano appuntamento al bar Il Panino, che si trovava tra San Babila e il Duomo. Questi ragazzi si vestivano nel negozio che stava di fronte al bar: giubbotti imbottiti e colorati, e scarponcini Timberland. Vestiti invernali, insomma, perché erano ragazzi ricchi che andavano spesso in montagna. Poi però la moda si è estesa a tutta la città, e tutti si sono vestiti come loro”.


Recentemente, Labranca è stato autore del programma di Gigi D’Alessio Questo sono io (Rai 1), e di Gigi D’Alessio apprezza la semplicità – e ricorda con affetto le cene a casa sua con Anna Tatangelo che cucinava (“Gigi D’Alessio non lo sa di essere Gigi D’Alessio. E’ timido. E’ gentile. Si ferma a parlare con tutti. Fuma un sacco di sigarette. Non bada a se stesso. Non è stronzo come Moby, che urla e sbraita perché i soldi gli hanno stravolto il cervello”). La musica è un altro grande amore di Labranca (sua la biografia Michael Jackson, l’uomo nello specchio, Rizzoli, e quella di Renato Zero, Da Zero a zero, Arcana).
La discussione continua nel buio totale parlando di Gianni Morandi, di Pietro Taricone (al quale ha appena dedicato un libro intitolato Taricone, la vita che desideri, Rizzoli), di Mike Bongiorno, di Leonardo Di Caprio, del suo amico Fabio Fazio, di Gerry Scotti, del quale apprezza il fatto che fa benzina al self-service e che ve nei bar popolari dell’hinterland milanese.


Ma il discorso – appassionato, viscerale, poetico – torna sempre su Milano, alla quale dedica una sorta di monologo tra Testori e Formentini: “Milano un po’ la vivo malinconicamente. Dopo quasi cinquant’anni non c’è angolo in cui non abbia un ricordo. Sai però cosa odio? Tutti questi figli di ricchi salentini, di ricchi siciliani, di ricchi calabresi, di ricchi veneti che vengono alla Bocconi e vorrebbero vivere come Piersilvio Berlusconi. Bada bene: come Piersilvio, non come Silvio, che è già un reperto romantico. Questi figli di ricchi si aspettano di trovare Hollywood, poi, quando scoprono che qui ci sono operai e che c’è anche molta semplicità, allora vanno a Berlino, però vengono cacciati anche da lì. Il vero milanese non fa l’happy hour, il vero milanese non va ai Navigli, e, soprattutto, non va via tutti i week-end, a scroccare in giro la vacanza. Il vero milanese cena alle sette di sera, non a mezzanotte”.


Tommaso Labranca ama i centri commerciali e le periferie, mentre odia il biologico e tutti quelli (a Milano ce ne sono tantissimi) che comprano il kamut; non sopporta il sito Anobii (“che senso ha leggere tutti quei libri compulsivamente solo per far vedere che si legge molto?”), odia i radical-chic, gli scrittori cannibali, il Gruppo 63, Renato Barilli (“uno che non è apprezzato da nessuno per quello scrive, e che anche di arte non capisce niente”), la New Italian Epic e tutti gli scrittori che si credono migliori della gente comune.
E conclude: “Sai qual è il posto più bello di Milano in assoluto? E’ il cimitero monumentale. Lì si respira ancora l’aria della borghesia illuminata milanese, che sapeva creare lavoro e aiutare i più bisognosi. Ogni volta che ci vado respiro l’aria di certi bei racconti di De Marchi. E poi ci sono sculture simboliste di una bellezza struggente. Invece, se penso alla mia morte, dico che vorrei morire a via Adige. Troppe volte, durante la mia vita, vecchi ricordi della mia infanzia mi hanno riportato su questa strada”.


Andrea Di Consoli


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