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Satisfiction » Allucinazioni
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Recensioni Autore: Oliver Sacks / Adelphi / pp. 325 / € 19

Allucinazioni

Recensione di Enzo Baranelli
Allucinazioni

“Nel 1962 quando inizia il mio internato in neurologia, trovai un’atmosfera galvanizzata da numerosi interrogativi. La neurochimica era chiaramente ʿinʾ, così come lo erano – in modo pericoloso e seduttivo – le droghe stesse, soprattutto in California dove studiavo”.
In questa sua tassonomia dello stato allucinatorio Oliver Sacks dapprima affronta i temi della Sindrome di Charles Bonnet (cap. I), della deprivazione sensoriale e del cinema del prigioniero (cap. II) fino ad arrivare alle allucinazioni legate al parkinsonismo (cap. V). Dopo queste esemplari spiegazioni, entra in scena il capitolo “Menti alterate” che lo vede come uno dei protagonisti. Stimolato dalle ricerche di Klüver e Huxley (nota 9 a pagina 106), Sacks cominciò “con la cannabis. Un amico a Topanga Canyon, dove all’epoca vivevo, mi offri un joint, feci due tiri e quello che accadde poi mi lasciò di sasso. […] Sulla West Coast, all’inizio dei Sessanta, l’LSD e i semi di ipomea erano facilmente accessibili e provai anche quelli. Ma mi consigliarono Artane, una molecola di sintesi affine alla belladonna usata in dosi modeste nei disturbi del morbo di Parkinson”. Una domenica mattina Sacks (la dose terapeutica era di tre compresse) assume 20 compresse di Artane. “Ci sarebbero state ondate di sensazioni piacevoli e voluttuose, come aveva descritto Huxley nelle ʿPorte della percezioneʾ, e come io stesso avevo sperimentato con la mescalina e LSD? Oppure ansia disorganizzazione e paranoia? Ero preparato ad affrontare tutto questo, ma non accadde nulla”. E invece qualcosa accadde… Sacks sperimenta una cascata allucinatoria tipica della schizofrenia. Fa entrare in casa due amici, parla con loro, prepara delle uova con il prosciutto, ma quando: “Gridai è pronto e andai nel soggiorno, trovai la stanza deserta”. L’esperienza continua con il presunto arrivo di un elicottero e un ragno parlante. Nonostante questa notevole e complessa allucinazione, il giovane Sacks decide solo di “essere più cauto” (qualsiasi cosa significhi). Lasciamolo parlare: “Durante la settimana lavoravo da interno al dipartimento di Neurologia dell’UCLA, ed evitavo le droghe. Fu allora che scrissi i miei primi articoli pubblicati. Nei weekend, però, facevo spesso esperimenti con le droghe. Così un sabato pieno di sole del 1964, misi a punto una piattaforma di lancio farmacologica (mescal, anfetamina e cannabis) e una ventina di minuti dopo aver preso tutto questo, affrontai una parete bianca ed esclamai: Voglio vedere l’indaco, adesso: adesso! Vidi l’indaco puro, il colore che immaginavo Giotto aveva cercato inutilmente, il colore del paradiso o dell’oceano del Paleozoico. Mi sporsi verso la chiazza in una sorta di estasi e poi il colore scomparve lasciandomi con una sconfortante sensazione di perdita e tristezza. Mi consolai pensando che l’indaco puro esiste nel nostro cervello e può essere evocato […]. Questo accadde cinquant’anni fa e non l’ho più rivisto”. Nel 1964 Oliver Sacks ricevette in casa l’amica di famiglia, Augusta Bonnard che espresse chiaramente il suo giudizio: “Oliver tu sei nei guai” e, disse ancora, che assumere ogni weekend droghe (LSD, semi di ipomea, mescal, cannabis) a prescindere da quale fosse la prospettiva, testimoniava un conflitto interiore che avrebbe fatto bene ad affrontare con un terapeuta. Bene, al 1964 segue un anno fondamentale: “nell’estate del 1965 avevo terminato il mio internato all’UCLA, ma prima di iniziare la borsa di ricerca a New York avevo tre mesi liberi davanti a me”. Cosa accadde è quasi ovvio, il giovane Sacks, la persona che vi ho raccontato fino a ora, si ritrova nella casa, con annesso studio medico, dei genitori in Inghilterra. Diversamente da altri, uno dei suoi primi pensieri fu: “Non ho mai provato la morfina o gli oppiacei” e si prepara un’iniezione endovenosa… Pensate forse che l’esperienze accumulate siano sufficienti? No. Alla fine del 1965, Sacks iniziò a rendersi conto di non essere tagliato per il lavoro di ricerca in laboratorio, trovava difficile adattarsi a New York dopo anni in California, e, ciliegina sulla torta, usciva da una storia d’amore andata male. Segue un racconto dissennato, innocente e senza false ipocrisie sul suo abuso da cloralio idrato che impiegava in dosi massicce per dormire. Il risultato, curato al di fuori dell’ospedale grazie all’aiuto di Carol Burnett (medico e sua amica), furono 96 ore di delirium tremens.
Finalmente a New York nel 1966, dove Sacks lavorava in una clinica per la cura delle emicranie, e la sera usava le anfetamine per riuscire a rivivere le sensazioni provate da ragazzino e raccontate in “Zio Tungsteno” (Adelphi, 2002), l’autore comincia a comporre “Emicrania” (“Migrain” – 1970) e scopre che “l’emozione e la gioia di scrivere il mio libro furono eventi reali, infinitamente più concreti della mania priva di consistenza prodotta dalla anfetamine. Da allora non le ho più prese”. Nasce l’Oliver Sacks scrittore e medico.
Il capitolo successivo è, ça va sans dire, incentrato sulle emicranie. Tema di forte impatto, anche epidemiologico, e con rilevanti radici nella storia dell’arte. E’ noto che Lewis Carroll soffrisse di emicranie. E nel 2008 due artisti, Podoll e Robinson, illustrarono nella loro monografia “Migrain Art” (Berkeley, CA) le allucinazioni dovute all’emicrania. Sul cosa causi le allucinazioni durante un attacco emicranico, William Gowers ebbe una brillante intuizione oltre un secolo fa: ovvero un’onda elettrica che attraversa i vari strati cerebrali. L’ipotesi è stata confermata scientificamente.
Sebbene nota in tutte le culture e da tempi remoti, l’epilessia è, invece, una patologia ancor oggi fortemente stigmatizzata. Nella sua forma da grand mal o petit mal, Sacks indaga le sue relazioni con le allucinazioni e porta numerosi contributi di persone/pazienti da lui conosciute nell’arco degli anni. Le allucinazioni dovute a crisi corticali spesso consistono nelle stesse “percezioni” ripetute, altre volte si può invece avere un  repertorio più ampio come quello di cui discutono la scrittrice Amy Tan e l’autore (pp. 143-145). La brillante prosa di Oliver Sacks unita alla voce di Amy Tan porta il lettore all’interno di episodi di déjà vu o jamais vu, splendidamente descritti.
Sacks fa poi luce sul delirium che non è sempre il delirium tremens associato alla morte di Edgar Allan Poe. “Allucinazioni” è, quindi, solo in parte un racconto autobiografico come invece lo fu “Zio Tungsteno”, l’autore diventa, qui, io narrante e sperimentatore quasi esclusivamente nel capitolo VI, come abbiamo visto, ma l’opera è molto di più di questo. Oliver “Sacks sa di essere ormai giunto, probabilmente, al limite della sua esperienza in questo mondo (e su uno successivo, per ora, non pare nutrire molte speranze). Con le sue abituali doti di precisione e scioltezza divulgativa, l’autore ci offre un testo ricco di immagini e curiosità sull’universo delle allucinazioni e della comprensione del cervello. Al termine dell’opera compaiono le allucinazioni ipnagogiche di Nabokov (“Parla, ricordo”, Adelphi, 2010) o di Poe, oppure le allucinazioni ipnopompiche (“a differenza delle prime queste compaiono sulla soglia tra sonno e veglia”).
La scoperta della narcolessia avvenuta nel 1928 e le errate diagnosi effettuate su questo stato, nel corso degli anni, mescolate alle esperienze di molte persone riportate con affetto, conducono il lettore alle ultime pagine in cui si affrontano il temi del  doppelgänger e dell’autoscopia così importanti in letteratura (si vedano “William Wilson” di Poe o “L’Horlà” di Guy de Maupassant, pp. 243-244).
La vasta cultura di Oliver Sacks, unita a una forma di naturale mitezza, permette all’autore di conferire ad “Allucinazioni” un tono divulgativo e letterario basato su esperienze personali, di ricerca, e di racconti diretti e arricchito da una densa vena meta-saggistica che lo rende un volume brillante seppure rivolto verso i lati più oscuri del nostro animo.


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