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Satisfiction » Alessio Paiano. L’estate di Gaia
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Lapislapsus 21.06.2018

Alessio Paiano. L’estate di Gaia

di

L’estate di Gaia, di Alessio Paiano

L’estate di Gaia è il poema inedito, ancora per poco, di Alessio Paiano (1992). La poesia di Paiano, nelle sue prove visuali, smette di essere un morto orale, un cadavere di suoni e buone intenzioni di sentimenti verofasulli da spettacolino, e diventa un vivo meccanismo per cui il lettore è fisicamente implicato nel gesto di ruotare la pagina e mutare direzione di lettura, non dissentire dal senso, troppo facile negare il senso che riafferma…

non si tratta di bestemmiare Dio per accertarne l’esistenza, ma assumere un essere divino totalmente altro dall’Altro. Ecco, il sostrato, ci si accorge, strada facendo, esperienziale, non è solo il libro-oggetto di tale o tal altro autore, fra tutti Joyce, che appare in una mappatura comprensiva di territori tangibili: la torre di Sant’Emiliano in quel mezzo tra Porto Badisco e Punta Palascìa, in quel mezzo che richiama l’Est più a est del sud del Sud dell’italietta nostra, e si giustappone a quella torre famosa dell’incipit dell’Ulisse, per quei pochi fortunati che ne avessero almeno intravisto l’inizio, non solo, dello stesso Joyce, il Finnegans Wake che spesso è preso a modello ricantato a sorta di refrain come di un brano mandato inconsciamente a consapevole memoria, non solo la costruzione, al limite del non semantico di parole baule neologiche, non solo il cantare in emistichi di endecasillabi, non solo la terra desolata del Salento, metonimia di una nazione intera e orgogliosamente affossata dal televisivo, non solo, ma pure l’appropriarsi dell’Altro informatico assunto come postdigitale, e se un inconscio c’è a dettare le rime e i suoni, è ormai sempre più elettrico.

Il male poematico dei fiori che vedi linguacciuto e metabolizzato nelle aferesi, nelle sottrazioni. E questo è, prima del tutto. Sottrarsi a quella omologazione tipica della sua generazione, di Paiano e Paiano non assume mai pose da vittima o da maledetto, nello scritto e nel visibilio delle soluzioni poetiche. Paiano potrebbe cantilenare la sua spocchia di esperto metrico o poeta di ricerca, lo fanno i giovini, e non solo, italioti, e come se non lo fanno! ma lui preferisce mantenersi nella posizione umile del genio che sa già, saggia, fa assaggiare, e ascolta facendo sentire…

ma non distoglie, il medium-tema del personal computer, noioso ormai, dal territorio e dalle vicende politichesi: la poesia di Paiano, infatti, è anche un tentativo di civilizzare la stucchevole poesia civile, martirizzare il vittimismo querulo, collocarsi in un fantasma che non è affatto di senso di colpa ma di, semmai, eroica impresa inutile. E fantasma sempre in sempre Lacaniano, mai laconico, non di nostalgia del passato dove la mamma mia ho lasciato. Però. Però c’è un uso ritmico e straniante della lingua materna, mescolata all’inglese, e all’italiano…

e l’autore, qui, in questo incompiuto e incomputabile poema, non c’è mai del tutto, ormai presentassente come elettronimo, nickname che fonda uno stile postdigitale, o carne di organonimo, utenza internettiana del me che si prende cura del nulla effettivo che esiste distanziato tra me e l’interassente altro utente che mi comprende a fatica e ciò lo irrita, morente digitale.

Non comprendere disturba, non permettere quel sano copiare che è il precipitato di ogni occasionale rapporto deleterio, sempre per me, mai per chi il nome lo ha già. Devo parentizzare e non è detto che il gioco, il ghirigoro di parole, non sortisca risultati. Tutt’altro: l’illuminante estate di Gaia farà sparlare di sé, in quel tipico silenzio che è la poesia quando traccia nuovi solchi di vuoto, desiderante. Che è poi quel vuoto di desiderio che genera la Cosa bordeggiata dall’Arte, sia essa gesto, getto o gettatezza di Parola.

Gianluca Garrapa

(di seguito, il contributo dell’autore e alcuni estratti)

Alessio Paiano, nato a Pavia nel 1992, è laureato in Lettere Moderne all’Università del Salento. Redattore del Centro di ricerca PENS (Poesia Contemporanea e Nuove Scritture) e membro attivo del Centro Studi Carmelo Bene.

L’estate di Gaia, lungi dall’essere un poema compiuto, è un pantano in cui l’autore non può che sprogettare quanto ideato. Negata ogni paternità dell’opera, com’è per ogni azione digitale, che è il mondo anarchico dell’inconoscibile, la scrittura non è che programmazione meccanica di suoni elaborati da un lettore automatico; decaduta la storia non si può che constatare il decadimento dei propri propositi. Questo sarebbe il progetto a monte di un inetto digitale, Camicia Pezzata, una volta scoperti gli sterminati orizzonti di un rapporto senza contatto, osceno, con un profilo digitale, Gaia. Ogni relazione è un rapporto “a uno” col proprio schermo. Non si danno personaggi ma anagrammi digitali, ricostruzioni difettose dell’umano degradato, attraverso una disperata e vana opera di riciclaggio da una discarica linguistica ormai incomunicante, ossia la tradizione di ogni epoca, rinnegata e quindi depravata. Resta un dettato zompettato, nel tentativo fallito di stabilire un rapporto tra oggetto e oggetto; questi, non più personaggi ma “profili”, scarnificati da un comunicare vuoto, illudono l’autore di una possibile ricollocazione storica, in un’ambientazione ciclico-turistica; ma il tentativo autoriale, prettamente fonico-elettronico, non è che il pretesto per una resa inequivocabile dell’autore-narratore. Non si dà autore senza personaggio, non si dà personaggio senza storia, non si dà storia senza l’umano. Non si dà lettore-spettatore. Ogni intento comunicativo decade nel baratro di uno schermo impazzito nei suoi riaggiornamenti; una fogna, marea umana, in cui il pattume di ogni storia frana nell’irreparabile, nel mai accaduto.

#

FOGLIO BIANCO DEL DATTILOGRAFO

Foglio bianco del dattilografo

dove appari nel lemmario

dei suggerimenti d’amicizia

Nel calpestìo della schermata

il colonnato della Fontana

un video di cucina americana

Altrove una chiave cigola il Custode:

sparso il catenaccio della cattedrale

hai un nuovo pellegrino

t’ho vista s’un marciapiede di Berlino

Nel fetore digitale delle cose

perché vuoi parlar d’amore?

Narciso fallito, che lamenti al bar?

L’amar non è il tuo ciarlar di rose

.

Sassi, rami, autunni vari

m’hanno consumato il cappotto

Novembre gira le foglie dell’orto

come la lancetta rotta dell’ore

è storto il tuo riso morto

.

PROLOGO: FRIGO-MARE 2.0 [nuovo aggiornamento disponibile]

[…] Agosto è il mese più crudele

si sta al mare rasati

alle tempie come nazisti

cullati da orde barbariche

in canottiere griffate

a conquistare la Spagna

Calando il sole

sul freddo fuoco di sabbia

è la diaspora dei bagnanti

.

Sulla scogliera di marmo

dove sbattono le ciabatte

risalivi il nuovo regno;

tra i sassi, i pini, le fratte

strisciava un frigo-mare

.

Ci destava dal sonno l’incanto

costante la vibrazione d’una notifica

l’ultimo nostro umano palpito

in passaggi di dati, foto e video

scaricati nella vuota discarica in cui

ci gettammo a capofitto dal cresposo

fortino dell’abisso-Badisco

.

Piagnucolavi d’amore sempre tu

per farti sbattere per due soldi

pubblicavi poesie sul paese

e poi le vie d’un mare di stelle

gli alberi zincati sulle rive belle

dei muretti;

noi tutti costretti all’affare

di poesia affettata del fare

emergere l’e-s-i-g-e-n-z-a d’interiora

scrittura svenduta in firmacopia

.

Fabio dice prima di scrivere leggere tanto

ma non c’è tempo non c’è tempo

per un canto melodico stornello

le ranòcchiule no’ ssento no’ cantano più

sei tu con la chitarra in tivvù

me rrecordu ca eritu piccinnu

e sunavi sunavi sempre

sta canzune ca è ’na poesia –

sta poesia ca è ’na canzone

vocale dettato insensato

digitale

d’un lettore senza amore

è solfeggio solitario al supermercato

di metalliche voci alla cassa

navigare navigare navigare

non ricordo il rumore del mare

i volti incantati scrollando

la notte la schermata nera

che specchia sconnessa un niente

il bagliore scadente di stelle sconnesse

il mondo è accesso eseguito

acceso riflesso d’un male infinito

.

III. Logout (la resa dell’autore)

cestinare te anagramma C.P.

è follia destino

Sei il sacco dell’umido

in che marcisce la memoria cadavere

dolora in me il finale

fin troppo meditato

rimandato tra gli elenchi

di contraffatta materia

in che s’annida marcio il passato

poesia poesia è tutto un contraffare

spulciare le cartellette dimenticate

vomitare inorriditi su vecchie pose

di sorrisi ’mbalsamati che non ci sono più

.

Riassemblare è prima disgregare tutto!

tuffàti anche noi nel cestino

voltare il sacco è svuota-memoria

dispersa in petali di cosa

smembrata S’annerano i pixel

sugli occhi nostri

corrosi d’un male interminato

in ogni foto condiviso

è il ricordo di te che non sei più

.

Scena 7: riverrun (sti du’ fiumi)

Fluire fluire

il tuo squallore senza fine

sott’al ponte di mattoni

cavalca svogliata

nanavetta ’mplastica

è sporca cascata

d’ogni cosa ch’è passata

s’annacquano migranti

pattumi umani perduti nel corso tuo

Agnese

Ti scivola addosso tutto

melma rovi fango sperma

gli aborti scaricati

di chi s’affanna in non morire

e muore comunque

come gli amici

gli amici che si fidanzano

e muoiono


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