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Satisfiction » A pranzo con Orson. Conversazioni tra Henry Jaglom e Orson Welles
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Recensioni Autore: Peter Biskind / Adelphi / pp. 340 / € 26

A pranzo con Orson. Conversazioni tra Henry Jaglom e Orson Welles

Recensione di Michele Lupo
A pranzo con Orson. Conversazioni tra Henry Jaglom e Orson Welles

Non è vero che volesse vendicarsi di lei, della povera, splendida Rita Hayworth. La amava ancora (anche se “non sessualmente… dovevo metterci tutto l’impegno per scoparla”) quando girarono La signora di Shanghai (film che come altri non completò e gli venivano distrutti dalla produzione anche per colpa della sua bulimica inquietudine che lo portava sempre altrove – non che non ci lascino ancora occhi spalancati). Se le fece tagliare i capelli e ne trasformò l’immagine in un modo che non gli fu perdonato era semplicemente perché lui era Orson Welles: gli altri (le altre, anche se si chiamavano Rita Hayworth) solo attori. Ossia funzioni di un’idea estetica il cui solo demiurgo era lui, un regista che scriveva. E se è vero che ne sparava tante, Welles su una cosa aveva indubitabilmente ragione: “L’intelligenza è un handicap per un attore (…) il tipo cerebrale può essere un grande attore ma è più difficile”.
Il bello del libro ora in uscita per Adelphi A pranzo con Orson Welles, a cura di Peter Biskind, sta nell’evitare sia l’agiografia per un regista fra i tre o quattro decisivi della storia del cinema, sia l’attacco scandalistico teso a denigrare il personaggio poco conforme ai dettami del perbenismo che dall’altare della correttezza politica da decenni ammorba qualsiasi discorso culturale. Sicché teniamoci stretto il genio che preferiva amici di destra ai santini e alle anime belle – ma Eastwood non volle girare per lui in The Big Brass Ring (ultimo tra i film che non gli riuscì di realizzare) “perché troppo di sinistra”. Il libro non è una biografia, ma una serie di interviste fatte da Henry Jaglom, attore e regista a sua volta, che tra il 1983 e il 1985 parlò con lui più volte, con un registratore sotto il tavolo (Welles gli aveva fatto la proposta di registrarlo, ma preferiva dimenticarselo). Erano gli ultimi anni di vita ed era terrorizzato dall’idea che il giovane ammiratore potesse trasmettergli l’Aids.
Interviste dal sapore forte. Se i grandi spesso fra loro non si tollerano – avere una visione forte delle cose, sul senso dell’arte in cui ci si cimenta per esempio, un’idea decisa su ciò che si vuole dal proprio mestiere, tutto ciò può facilmente rendere intollerabile posizioni diverse – nel caso di Orson Welles la personalità straripante gioca un ruolo non secondario. Se provava immediata simpatia per un pianista come Rubinstein perché diceva di non esercitarsi granché (e gli piaceva vivere e godersi la vita), la lista dei suoi nemici (anche immaginari) è lunga. Non tollerava Woody Allen: “Non sopporto nemmeno di parlarci. Ha la sindrome di Chaplin. Quella combinazione unica di arroganza e insicurezza che mi dà l’orticaria”; ma sullo stesso Chaplin il giudizio era più complesso (in sintesi: ”Profondamente cretino per molti aspetti, tutta questa sdolcinata imbecillità inframmezzata da tanti colpi di genio”). E poi Brando (“un salsiccione”), Humphrey Bogart, (“un vigliacco”) la Hepburn (meglio non dire cosa), e ancora Polanski, John Huston, Jean-Paul Sartre. Per non parlare dei giudizi avventati su film bellissimi come Chinatown o La donna che visse due volte). O del razzismo ostentato: “Niente nani etnici. Non voglio gente scura con la faccia strana” si riferiva a Dustin Hoffman, Robert De Niro e Al Pacino. Intemperante, alieno a ogni diplomazia, “famoso per la sua intolleranza alla stupidità”, Welles era incontenibile – in tutti i sensi. Racconta Jaglom di una sera di quegli anni finali di diete tristissime. Welles mangiava insalate e fingeva di accontentarsi del piacere altrui. “Assaggia e dimmi com’è, mi chiedeva. Non immaginavo che al ritorno in albergo avrebbe svegliato lo chef nel cuore della notte per farsi portare quattro bistecche, sette contorni di patate arrosto e un sacco di altra roba”.
Il fatto serio è che le idiosincrasie personali o artistiche di Welles hanno avuto un peso nullo rispetto a quelle che di cui fu vittima lui. Il peccato originale dell’irrefrenabile genio è ovviamente Citizen Kane (“un film troppo sofisticato per un pubblico di massa” dunque un flop commerciale inaudito): non fu tanto il quarto potere a non perdonarlo quanto quella Hollywood di cui aveva un bisogno vitale (perché la peculiare immaginazione filmica del regista del Wisconsin necessitava di risorse economiche diverse da quelle di cui spesso si è accontentato il cinema indipendente – budget impegnativi, insomma). Vien da pensare che un po’ se la sia cercata, Welles, artista vero ma troppo inquieto per finire tutto ciò che gli passava per la testa. Ma il resto è – legge implacabile della storia umana – a carico della stupidità altrui: come Fellini, uno dei pochi che restano a quelle latitudini, morì non trovando chi gli finanziasse i suoi film.
In questi giorni, avrebbe compiuto cento anni.
Il nostro saluto è devoto.


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