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Satisfiction » Rumors Festival. Illazioni vocali torna anche quest’anno. Lettera di Elisabetta Fadini
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SatisEvents 22.01.2019

Rumors Festival. Illazioni vocali torna anche quest’anno. Lettera di Elisabetta Fadini

Rumors Festival- Illazioni vocali, il festival d’apertura dell’estate veronese al Teatro Romano, sembrava destinato a scomparire.

Nato nel 2013 per volontà di Elisabetta Fadini, suo direttore artistico, attrice, regista e autrice, negli anni si è conquistato un posto di assoluto rilievo in ambito nazionale e internazionale. Nel 2015 Rumors Festival e la città di Verona hanno premiato Patti Smith; nel 2016 uno dei più importanti cantautori americani, Rufus Wainwright, per il disco sui Sonetti di Shakespeare; nel 2017 ha portato in Italia il più grande crooner vivente, Tony Bennett, icona americana a cui è stato assegnato il Consul General’s Award for Cultural Diplomacy da parte del Console americano Philip Reeker.

Alla fine Elisabetta Fadini l’ha spuntata: Rumors Festival 2019 si farà. Felice per la vittoria ha inviato a Satisfiction una lettera contenente il suo grido di gioia.

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TI PREGO AMAMI

Storia di una Regina senza corona, la Cultura.

 

Quale gigantesca sinergia c’è tra l’atroce e la perdita?

Il disarmante suicidio della società, citando il caro Artaud, orfano genuino e volontario di “genitori” e della così agognata “genitorialità”, di una madre, di un padre e di un non amore.

La pazienza ci rende subdoli, la follia ci rende estremi. Ma nella follia- quella che ha “patria”, quella che dondola e ci consola quando ha tempo- c’è la potenza di un’idea che spesso vince.

Nella ragione troppo articolata c’è la perdita della conoscenza e della coscienza- e non è un gioco di parole.

Senza istruzione si muore da piccoli e se si sopravvive lo si fa da morti viventi, come gli zombie crudi e gentili che accompagnano le serie televisive di successo.

Finita una serie se ne inizia un’altra, magari ancor più tragica; però inevitabilmente le dimenticheremo tutte.

L’urgenza è quella di rimanere e di procreare (da poesis, poesia) la storia, perché già ieri era storia e inconsapevolmente ne stiamo calcando le scene tutti, anche i codardi e dissennati; ma ci siamo tutti, nessuno escluso.

Mi appello alla responsabilità di molti, perché conservino l’integrità di ciò che hanno amato e che pensano di amare in futuro: serve cultura per tutto, per amare, per mangiare, per parlare, per camminare, anche per guardare il cielo e per far arte, per farla vivere; e serve amore anche nella tragedia, per sopravvivere.

Si è orfani, in questa società disillusa. Ma non era, l’arte, la madre suprema delle emozioni? Simile a quella Dea Madre greca che si venerava e alla quale veniva chiesta protezione?

Siamo bisognosi di eroi buoni e volonterosi, di dirompenti e ossessionati avventurieri (eccoli i rari indispensabili), quelli di cui ti accorgi perché ti travolgono con la passione della riuscita per un scopo importante, che a mio parere è la sopravvivenza.

Servirebbe riorganizzarla per proteggerla, questa straordinaria follia, perché l’arte ha bisogno di protezione e di sostegno, e la gente ha bisogno dell’arte, anche se non lo sa, ma sa che ha bisogno di emozioni.

Il pubblico se ne nutre sempre, ne è circondato ma non lo sa, pensa di avere una sana consapevolezza del calcio e del cibo, ma di fatto ama la bellezza, perché la sogna, perché c’è bellezza anche nel tragico e quindi nessuno si può salvare dal proprio desiderio di emozione.

Rompo tragicamente la scena dicendo che non esiste la democrazia, perché il mondo non ne è dotato, ed ecco la confusione, l’incapacità di collocare “quel qualcosa” che pochi capiscono, ma di cui molti inconsapevolmente usufruiscono.

Penso alla Grecia antica e ai suoi teatri, sapienti e organizzatissimi “bar” culturali in grado di radunare donne, uomini, bambini, e schiavi, ognuno con compiti diversi ma tutti partecipi dello spettacolo e dello spazio teatrale, perché il teatro era il ritrovo dei cittadini che in quel luogo discutevano dei problemi della città.

Quindi il teatro era luogo di scambio, partecipazione e conforto.

Si partiva da lì per discutere e poi allietarsi con le esibizioni.

Non era forse questa “poesia”?

Parlo di poesia a bocca piena, perché ce ne deve essere in eccesso per salvare il mondo, come nella Grecia antica dove anche la tragedia dava conforto.

Spesso è il senso di appartenenza a riunire le persone nei luoghi e nelle case; a volte ti ritrovi partecipe di cose che non avresti mai detto di amare, semplicemente perché non le conoscevi, ma di fatto quando ne sei ammaliato ti fermi e cerchi di capire come entrare in quel vortice, capirne le trame, e diventare parte di quella cosa che non conosci ma che ti aggrada. E ne esci soddisfatto, magari inconsapevole, ma colmo.

Ecco cosa serve per trasformare l’inconsapevolezza in qualcosa di utile per questa umanità: l’appartenenza; perché quando torni a casa e ti senti di appartenere a qualcosa vuol dire che hai amato.

Alla base dell’amore c’è sempre “poesia”, parlo dell’amore folle, quello che ti fa sorridere sempre e che ti porta a cantare “Oba ba luu ba” di Daniela Goggi del ’76 anche se sei nato nel ‘90.

Vaghiamo come piranha alla ricerca di giustizia, quando poi la giustizia ognuno di noi ce l’ha dentro.

Si fa giustizia quando la si capisce e quando si riesce a sollevare i pesi dalle spalle della gente. Quindi c’è una missione sociale nella cultura, un dovere importante che la inserisce all’interno della ragnatela gigantesca sulla quale camminiamo tutti.

Cito un giornalista di cui non ricordo il nome, che sto cercando da anni e che un giorno lessi su un “Oggi” di mia madre, che diceva: “Il teatro è la casa delle anime”. Lui parlava del rogo della Fenice e parlava del monumento umano, quale è lo spazio teatrale, dove attori sputavano “sangue” per dare emozioni e il pubblico trasognante le riceveva e le ributtava sul palco attraverso il silenzio, le bocche spalancate, i corpi fermi, i colli che si allungano per vedere meglio… da piccola, queste magie le chiamavo “particelle trasparenti”; ho capito solo in seguito che semplicemente aveva ragione Lucio Battisti quando cantava “chiamale se vuoi emozioni”.

Ci si attarda sempre tra umani, quasi a farlo apposta, ma si capisce sempre dopo (per orgoglio forse), che una polis, quindi una città, vive di una rete sociale fatta anche di emozioni, una trama aggregativa di cui la cultura è una componente fondamentale.

Di fatto penso che siamo tutti dei pazzi, e vorrei ci fosse ancora un Papini o un Prezzolini, ma anche un Sanesi; e chiamerei subito Celine al telefono o D’Annunzio, componendo il numero 104 (era il suo numero di casa. Già, perché di telefoni allora in Italia ce n’erano pochi); poi chiederei ad Artaud di fare uno spettacolo teatrale onomatopeico e richiamerei indietro Bowie, e vorrei anche i loro tempi storici: quello di Eliot, ma anche quello di Milton e, perché no, anche quello di Blake. Chiederei a loro, con orgoglio, di fare un gruppo di intellettuali con i costumi da supereroi. Fateli vivere per sempre, perché erano dei combattenti folli e dolcissimi.

Tutto questo per dire che cosa?

Una storia a lieto fine dove ha vinto la cultura, dove come nelle favole vince la principessa e la strega cattiva viene cacciata da palazzo. Ma chi, come me, ama di “Amour Fou” (e penso a Breton) non vuole nessuna guerra, vuole semplicemente un Equilibrio che permetta di “respirare” buon senso.

Sette anni fa ho dato vita ad un Festival musicale che si chiama Rumors Festival – illazioni vocali, un festival che ha sempre avuto l’intenzione di colmare con tanta arte il nostro Bel Paese, perché nato nella città dell’amore (non l’ho detto io, l’ha detto Shakespeare): nella bella Verona di Romeo e Giulietta. Quest’anno volevano ammazzarlo, e c’erano quasi riusciti; ma con orgoglio, lacrime, e spada di cartone l’ho fatto risorgere- non dalle sue ceneri ma dal cuore.

E’ una storia a lieto fine perché hanno trionfato l’amore e l’orgoglio di tanti politici, artisti, giornalisti, pubblico, amici e nemici. Tutti insieme si sono battuti per la cultura che ha vinto.

E’ un lieto fine non vi sembra?

Se amate, qualsiasi cosa amiate realmente, sappiate che state creando poesia.

E quindi ecco perché… “ti prego amami”.

Elisabetta Fadini


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